6 aprile

Quando Bin Salman fece schiaffeggiare Hariri

Lorenzo Vita

il premier libanese Hariri e l'esponente politico iraniano Alì VelayatiTutti ricordano quando il premier di Beirut andò di corsa nella capitale saudita nell’autunno del 2017. Secondo il NewyorkerSaad Hariri ricevette la telefonata con cui era convocato a Riad mentre si stava preparando per il pranzo con Françoise Nyssen, ministro francese della Cultura.

L’invito non poteva essere ignorato. Non solo Hariri è cittadino saudita, ma gli interessi della sua famiglia sono legati così a doppio filo con l’Arabia Saudita da non potersi negare al principe ereditario.

Tra i due non correva buon sangue. Il motivo? Il grande conflitto per procura fra Iran e Arabia Saudita. Mohamed bin Salman (MbS) non ha mai negato di avere come obiettivo quello del contenimento dell’Iran.

Uno dei tanti tasselli della geopolitica iraniana è il Libano. Qui, grazie a Hezbollah, Teheran ha un avamposto nel Mediterraneo. I sauditi stavano cercando (disastrosamente) di colpire il braccio iraniano in Yemen, ma avevano bisogno di qualcosa di più dal Libano, per colpire a tenaglia gli interessi di Teheran nella regione.

Ma Hariri tergiversava. Hezbollah è un’organizzazione solida e gli sciiti, in Libano, sono in forte ascesa anche dal punto di vista demografico.

Colpire Hezbollah significava non solo scatenare una reazione a catena potenzialmente esplosiva, ma coinvolgere il Paese in una guerra che poteva diventare l’estensione della guerra siriana. E forse coinvolgere direttamente anche Israele.

Del resto l’Arabia Saudita ha iniziato dalla fine della guerra civile libanese, nel 1990, a dare al Libano miliardi di dollari allo scopo di ottenere un Paese amico. Invece ha visto Hezbollah diventare il partito più forte e la forza militare dominante.

Per diversi anni, i governi americani e i sauditi si sono uniti per costruire un esercito libanese come contrappeso alle crescita del Partito di Dio.

I sauditi speravano che Hariri fosse in grado di affrontare Hezbollah. Lo consideravano un profilo perfetto:  sunnita, nato in Arabia Saudita, politico esperto e in rapporti pessimi con Hezbollah, soprattutto dopo l’attentato che uccise il padre Rafik nel 2005. Ma Hariri ha disatteso le speranze della corte wahabita.

Il punto di rottura sembra sia arrivato all’inizio di novembre. Mentre infuriavano gli scontri in Yemen, Ali Velayati, alto leader iraniano, volò in Libano e incontrò Hariri. Secondo le fonti del Neyworker, il politico iraniano mostrò la volontà del suo Paese di rafforzare i legami con il Libano e, in seguito, Hariri posò con lui, sorridendo, in una foto che giunse direttamente a Riad.

Pare che Mbs sia andato su tutte le furie. Da qui la convocazione improvvisa di Hariri. Il premier libanese, a detta di un collaboratore, pensava di essere ricevuto calorosamente nella capitale saudita. Dimostrò molta ingenuità.

Arrivato a Riad, fu preso in custodia dalla polizia. Secondo due ex funzionari americani attivi nella regione, è stato trattenuto per undici ore dalle forze di sicurezza saudite su ordine del principe. “I sauditi lo hanno messo su una sedia e lo hanno schiaffeggiato ripetutamente“, ha rivelato uno dei funzionari.

Ovviamente la versione è stata smentita dal governo libanese, che non vuole altri guai, ma per il Newyorker le fonti sono attendibili.

Alla fine, in un video surreale mandato in onda dalla televisione saudita, Hariri, visibilmente scosso, lesse un discorso di dimissioni, sostenendo di essere fuggito dal Libano per sottrarsi a un complotto iraniano per ucciderlo.

Hariri, che finora aveva tenuto un profilo conciliante con gli iraniani, fu durissimo. Tanto da convincere molti libanesi che il discorso non fosse farina del suo sacco. Hariri stava recitando un copione scritto dai sauditi.

Secondo alcuni, MbS aveva avuto luce verde dagli Usa. Trump non poteva opporsi al genero Jared Kushner, che si era ritagliato uno spazio tutto suo nella politica estera americana in Medio oriente e che tanti analisti hanno associato al piano di MbS.

Molti funzionari occidentali, presi alla sprovvista dalla detenzione di Hariri, si mossero per salvarlo. Per disinnescare una bomba in grado far saltare in aria la regione.

Come fu evidente nel caso di Rex Tillerson che, in aperto contrasto con i falchi Usa, disse: “Gli Stati Uniti sostengono la stabilità del Libano e si oppongono a qualsiasi azione che possa minacciare quella stabilità”.

Emmanuel Macron andò da bin Salman e gli chiese di rilasciare Hariri. Secondo un diplomatico occidentale il principe saudita iniziò la conversazione minacciando di interrompere gli scambi con la Francia, se Macron non la smetteva di fare affari con l’Iran. Macron non batté ciglio e rispose che la Francia era libera di commerciare con chiunque.

Il piano di MbS naufragò in pochi giorni: stava sfidando potenze ben più radicate di quanto lo siano i sauditi. 

Probabile che la vicenda abbia contribuito non poco a oscurare la stella di Jared, al quale fu anche ritirato l’accesso ai dossier riservati. Altra sconfitta per MbS che con lui ha perso il filo diretto con la Casa Bianca.

 

Nella foto, il premier libanese Hariri e l’esponente politico iraniano Alì Velayati.

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