29 marzo

Arabia Saudita - Israele: non chiamiamola alleanza

Lorenzo Vita

il principe ereditario dell'arabia saudita mohamed bin salman e trumpIl viaggio del principe ereditario Mohammed bin Salman a Washington ha certificato il consolidamento dell’alleanza fra Arabia Saudita e Stati Uniti. Un’alleanza che nasce da due esigenze: far avere miliardi di dollari alle aziende americane e contenere l’ascesa dell’Iran in Medio Oriente. Il tutto con l’assoluta certezza di avere, per Washington, un partner formidabile come Riad nella questione petrolifera.

L’asse Arabia Saudita – Stati Uniti – Israele

Ma in quest’asse che parte dalla corte di Riad per finire nello Studio ovale della Casa Bianca, c’è un terzo vertice che ha un’importanza dirimente: Israele.

Israele rappresenta da sempre il partner strategico degli Stati Uniti in Medio Oriente. E in questi tempi di incertezze strategiche e di ritiri dalla leadership della regione, gli Usa puntano ancora fortemente su Tel Aviv come pilastro della propria politica mediorientale. E questo avvicinamento così forte fra Arabia Saudita e Stati Uniti lascia spesso, superficialmente, credere che Israele sia coinvolta totalmente in questa sorta di patto tripartito.

Le cose sono un po’ diverse. Israele ha ovviamente interesse a contenere l’Iran. E per farlo è anche disposta a scendere a patti con le monarchie del Golfo, interessate a trasformarsi nell’immaginario collettivo in Paesi diversi da semplici laghi di petrolio.

Ma questo non significa necessariamente che Israele voglia concedere all’Arabia Saudita lo scettro del Medio Oriente. E in questo senso, la questione nucleare può essere esemplificativa.

Riad da tempo ha avviato le procedure per sviluppare un proprio settore atomico. Il tutto, per ora, a scopi civili. Ma qualcuno ha già dichiarato nei corridoi della corte saudita di essere pronto ad avere la bomba atomica qualora l’Iran volesse realmente riprendere il progetto del nucleare a scopo bellico.

Ma queste idee, a Tel Aviv, non piacciono affatto. La strategia di deterrenza israeliana ha sempre previsto l’assenza di rischio. Per i governi israeliani, nessuno, fra i Paesi vicini, può avere la bomba.

E il raid in Siria del 2007 così come quello di molti anni prima in Iraq dimostrano quanto le forze israeliane siano disposte ad alzare il tiro pur di evitare che qualcuno possegga una testata atomica. È la cosiddetta dottrina Begin, che per ora gli israeliani hanno fatto funzionare benissimo.

Gli israeliani hanno fatto pressioni nella lobby pro-israeliana al Congresso per ostacolare questa trattativa. E i precedenti storici non mancano. Come ricorda Haaretz, quattro anni prima della nascita del principe bin Salman, il primo importante accordo tra regno saudita e Stati Uniti per la vendita di aerei Awacs fu messo a rischio da Israele attraverso la mobilitazione dei suoi sostenitori nella politica americana.

Ronald Reagan riuscì a concludere il negoziato, ma è un segnale di come non è così remota la possibilità che tutto ciò si riproduca.

Mohamed bin Salman e Saddam Hussein

Chi ritiene che sia sorta una vera e propria alleanza fra Arabia Saudita e Israele, come forse pensa Bin Salman, deve rileggere la storia recente del Medio Oriente.

Le alleanze sono mutevoli e nei decenni molte cose sono cambiate. Ma chiunque abbia tentato di prendersi il trono regionale, ha dovuto immediatamente ricredersi.

Da Nasser a Saddam Hussein, passando anche per il neo-sultano Recep Erdogan, chiunque voglia assumere una posizione di leadership deve passare per i desiderata di Washington e di Tel Aviv. A questa logica non si sfugge.

La partnership israelo-saudita è adesso necessaria a entrambi perché il nemico è comune. L’Iran ha una visione strategica a lungo termine, ha tessuto una trama d’interessi molto fitta e variegata e può contare su una cultura diplomatica molto più profonda dei papaveri del Golfo Persico.

Ma questa partnership, fondata sul nemico comune, non è detto diventi un’alleanza. Sono troppe le divergenze, dal nucleare alla questione palestinese. E Israele, tendenzialmente, non si fida dei suoi vicini.

Trump può continuare a vendere armi per finanziare la sua industria bellica nazionale, ma la costruzione della diplomazia viaggia su canali temporali e spaziali del tutto diversi da quelli istantanei e malleabili del business cui sono abituati petrolieri e businessman.

Ps. Con questo pezzo inizia la collaborazione a Piccolenote di Lorenzo Vita. Gradita e preziosa ai nostri occhi, spero incontri lo stesso favore presso i nostri lettori.

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