21 marzo

Trump e lo scandalo Facebook

il padron di facebook mark zukerbergNessun quotidiano cartaceo mainstream (Corriere, Repubblica, Stampa per intenderci) ha riportato la telefonata che ieri Trump ha fatto a Putin. E ciò nonostante sia stato un evento, data la criticità Occidente – Russia di questi giorni.

Forse il motivo risiede in quanto scrive un articolo di testa del Washington Post, che spiega come Trump abbia ignorato i suggerimenti dei suoi consiglieri, i quali lo avevano invitato a «NON CONGRATULARSI» (il maiuscolo è del WP) e ad attaccare Putin sulla vicenda Skripal.

Insomma, Trump si è svincolato dalla gabbia nella quale lo vogliono costringere e, almeno per un giorno, ha potuto agire liberamente ritornando al suo approccio conciliante con lo zar russo.

Lo scandalo dei dati Facebook

Un atteggiamento non consono al sistema che, come spiega Dmitrij Suslov a Paolo Valentino (Corriere della Sera), sta perseguendo una politica di «contenimento» riguardo la Russia e la Cina, aggiungendo che l’America «ha fatto una nuova scelta strategica: la Guerra Fredda 2.0, in base alla conclusione che Russia e Cina non siano integrabili nell’ordine internazionale unilaterale perseguito dagli Usa».

In realtà, egli afferma che anche Trump sarebbe della partita, ma la telefonata di ieri lo smentisce, almeno per ora.

A frenare la pubblicizzazione della telefonata anche lo scandalo sull’uso di dati carpiti da Facebook dallo staff elettorale di Trump tramite l’Agenzia Cambridge Analytica.

Il team di Trump avrebbe usato i dati degli utenti di Facebook  per assicurarsi la Casa Bianca. Probabilmente vero. Ma è strano questo scandalo per la scoperta dell’acqua calda.

Che cioè i grandi motori del mondo virtuale usino i dati loro offerti dai “clienti” per fini ignoti è notorio.

Riportiamo, a mo’ di esempio, le parole di Eric Schmidt, presidente del Consiglio di amministrazione di Google: «Non abbiamo bisogno che voi scriviate qualcosa. Sappiamo dove siete. Sappiamo dove siete stati. Possiamo più o meno sapere cosa state pensando […]. Sappiamo tutto ciò che state facendo […] Sapremo costantemente la vostra posizione fino all’ultimo centimetro […] voi non siete mai soli».

Motori spesso usati per fini indebiti, come dimostrano i festeggiamenti dei dirigenti di Google a piazza Tahrir dopo la deposizione di Mubarak (vedi Piccolenote).

Comunque lo scandalo alimenta la lotta continua del sistema a Trump. È appena iniziato. Ne vedremo delle belle. O delle brutte.

La profezia di Soros

Sembra realizzarsi la profezia dell’oligarca George Soros, fiero antagonista di Trump, che al recente Forum di Davos ha dichiarato che i giganti del web, Google e Facebook, sono «pericolosi per la democrazia». La “sua” democrazia ovviamente.

«Il rischio», ha aggiunto, «è che contribuiscano all’ascesa dei nazionalismi», termine usato in genere per definire i movimenti che hanno portato alla Brexit e alla vittoria di Trump.

E ha annunciato: i giorni di Google e Facebook «sono contati».

Certo, il mare virtuale è anche Fake News. Ma Evgeny Morozov, esperto di internet che scrive per il Guardian, interpellato dal FattoQuotidiano sulla vicenda di Cambridge analytica, spiega: «Sono scettico sull’efficacia di questi dati. La pubblicità online, ad esempio, è sempre più debole. Non si riesce neanche a convincere la gente a comprare un paio di scarpe».

«[…]. La principale fonte di propaganda e manipolazione mentale in America rimane la televisione». E i media erano tutti schierati con la Clinton…

Di certo, nell’immediato lo scandalo ha cancellato la telefonata intercorsa tra Mosca e Washington; ha infranto i sogni di Mark Elliot Zuckerberg, padre padrone di Facebook, che agognava alla Casa Bianca; e ha assestato un altro duro colpo a Trump. Vedremo.

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