17 marzo

Trump si affida a Pompeo incontrare Kim

Mike Pompeo e Trump - la crisi della Corea del NordMike Pompeo, l’ex capo della Cia che Trump ha chiamato a guidare il Dipartimento di Stato, ha assunto un ruolo di «primo piano» nei negoziati tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord.

A scriverlo è Mark Landler sul New York Times, che spiega come da oggi il negoziato tra Pyongyang e Washington più che attraverso i canali diplomatici si dipanerà attraverso le vie più segrete dell’intelligence.

Agli inizi di marzo, il presidente della Corea del Nord Kim Jong-un, attraverso la Corea del Sud, ha chiesto un incontro con Trump (vedi Piccolenote). Un’apertura che è stata accolta con favore dalla Casa Bianca.

Secondo Landler il licenziamento di Rex Tillerson, che aveva perseguito con determinazione la via del dialogo con Pyongyang, non avrà conseguenze negative sulla vicenda.

Tillerson era semplicemente troppo intraprendente e «spesso si è spinto troppo avanti» rispetto ai desiderata di Trump, scrive il cronista del NYT.

Tanto che in un’occasione il presidente l’aveva sconfessato pubblicamente, con un tweet al vetriolo: Tillerson «sta sprecando il suo tempo cercando di negoziare con Little Rocket Man (il piccolo uomo-missile)».

Ciò non vuol dire che Trump abbia intenzione di far cadere i negoziati.

Tutt’altro, secondo Landler, che scrive: «Trump, avendo deciso di accettare l’invito a un incontro con Kim, voleva avere un Segretario di Stato che fosse totalmente in linea con il suo pensiero»

Da parte sua, il nuovo Segretario di Stato, Mike Pompeo, aveva sì manifestato il suo scetticismo riguardo all’attivismo di Tillerson, ma ciò non vuol dire che sia contrario alle aperture di Kim Jong-Un.

Pompeo, infatti, «è un acuto lettore delle preferenze di Trump», e ancor prima della sua nomina a Segretario di Stato è «diventato un aperto sostenitore dell’incontro» tra i presidenti.

Tanto che la scorsa settimana, in un’intervista rilasciata alla Fox News, ha dichiarato che Trump non fa «teatro. Sta per risolvere un problema».

Ieri Trump ha parlato con il presidente sudcoreano Moon Jae-in, «che si è speso in maniera indefessa per avviare il dialogo tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti». Nel colloquio il presidente americano ha ribadito la sua intenzione di incontrare «Kim entro la fine di maggio».

Una dichiarazione di intenti esplicita, anche se accompagnata dalle cautele del caso, stante l’imprevedibilità del leader nordcoreano e la complessità della vicenda, nodo gordiano per tante controversie che attraversano l’Estremo Oriente.

Pompeo è stato promosso, scrive Landler, ma è necessario che il suo nuovo incarico sia «confermato dal Senato, un processo che potrebbe richiedere diverse settimane».

Da qui la necessità, e la comodità, per l’ormai ex capo della Cia di portare avanti il negoziato attraverso i canali di intelligence piuttosto che attraverso le più congeniali vie diplomatiche.

Peraltro Pompeo «ha già avuto a che fare con funzionari della Corea del Nord attraverso un canale che corre tra la CIA e il suo omologo nordcoreano […]. E ha avuto stretti contatti con il direttore del National Intelligence Service della Corea del Sud, Suh Hoon».

L’articolo di Landler indica che la crisi nordcoreana conosce dunque uno sviluppo virtuoso.

Resta da capire come tale vicenda andrà a intersecarsi con l’altro nodo gordiano che l’amministrazione Trump è chiamata sciogliere, ovvero l’accordo sul nucleare iraniano, del quale egli è aspro critico.

Due crisi parallele, riguardanti ambedue il nucleare. Il leader nordcoreano può accettare un trattato che imponga limiti allo sviluppo nucleare se, contemporaneamente, l’amministrazione Trump farà decadere l’accordo con l’Iran?

Da questo punto di vista, l’Iran è il convitato di pietra dei negoziati che si stanno dipanando tra Washington e Pyongyang.

Ma, visto sotto un’altra ottica, il parallelismo Pyongyang – Teheran potrebbe suggerire un’altra ipotesi: un eventuale accordo tra Trump e Kim Jong-un potrebbe essere la base per una revisione dell’accordo con l’Iran.

È solo un’ipotesi, quest’ultima, una tacita speranza se vogliamo. Che però rende la possibile intesa tra Trump e Kim Jong-un ancora più significativa per i destini del mondo.

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