5 marzo

Netanyahu va da Trump

Netanyahu e TrumpNetanyahu incontra Trump. Cinque giorni intensi quelli del leader israeliano negli Usa. Dichiarato lo scopo: riuscire a portare Trump in rotta di collisione con l’Iran, cosa che finora il presidente americano ha evitato, abbaiando e non mordendo.

Com’è stato chiaro con l’abbattimento del caccia israeliano sui cieli della Siria all’inizio di febbraio. Un rovescio epocale per Israele, che per la prima volta vede i cieli del medioriente chiusi alle incursioni dei propri jet, prerogativa che Tel Aviv usa da anni per contrastare suoi avversari regionali.

Nell’occasione l’America non ha detto nulla: cosa che ha rafforzato l’idea che serpeggia in Israele, ovvero che Washington sia meno propensa ad appoggiarla in tutto e per tutto.

E ciò, nonostante Trump abbia voluto rassicurare i suoi partner con l’annuncio della spostamento a Gerusalemme dell’ambasciata americana.

Netanyahu chiederà un ingaggio più pressante. E tenterà di convincere Trump a mandare all’aria l’accordo sul nucleare iraniano, sul quale il presidente Usa sta temporeggiando.

Il viaggio ha anche una natura più personale: incalzato da inchieste sempre più pressanti, Netanyahu cerca nuovi spazi di manovra. Anche Trump è incalzato da indagini parallele (Russiagate), particolare che dà all’incontro l’apparenza di una reunion di due fragilità che devono rilanciarsi.

Netanyahu è uno dei grandi sostenitori di Trump. Se cade, la poltrona del Tycoon è ancora più a rischio. Ma il detto simul stabunt simul cadent può non applicarsi in automatico.

La fragilità di Netanyahu rischia di innescare una guerra (contro hezbollah o in Siria). Eventualità che lo aiuterebbe a superare i marosi. Questa almeno la tesi che circola tra i suoi avversari. Ma gli serve l’America, come dimostra l’abbattimento del caccia.

Netanyahu e l’Iran

Il senso di Netanyahu per l’Iran preoccupa quanti vogliono invece conservare il trattato nucleare con Teheran. Da qui l’attivismo di Macron, che ha mandato in Iran il suo ministro degli Esteri  Jean-Yves Le Drian. 

L’idea è quella di dare ulteriori garanzie a Israele: non solo il nucleare, ma anche il programma missilistico iraniano dovrebbe essere monitorato per renderlo meno preoccupante.

Un approccio che l’Iran vede come un’ingerenza indebita, ma che a quanto pare vuole verificare. Con tutte le cautele del caso: non può certo smantellare il suo apparato di difesa per favorire eventuali attacchi avversi.

Vedremo gli sviluppi. Sembra però più che interessante quanto scrive sul tema Akiva Eldar su al Monitor.

Dopo aver accennato al fatto che Israele ha fatto decadere importanti, se non decisive, aperture di Teheran, spiega che per Netanyahu è venuto il tempo «di usare la sua influenza per creare una nuova relazione con l’Iran basata su interessi reciproci. Ciò include, naturalmente, un accordo di pace regionale e la fine dei 50 anni di occupazione israeliana della terra palestinese».

«Nel migliore dei casi», aggiunge, «un accordo con l’Iran non cancellerà» le indagini su Netanyahu, «ma segnerà l’inizio di un capitolo importante nella storia dello Stato di Israele».

In sostanza Eldar chiede a Netanyahu di ripercorrere i passi di Sharon, altro premier israeliano consegnato al dio della guerra, ma che alla fine della sua vita, incalzato anche lui da inchieste, consegnò Gaza ai palestinesi.

Mossa strategica dal punto di vista militare, ché la Striscia era indifendibile, ma in una terra di massimalismi era coraggiosa nel senso alto del termine.

Tanto che contro di lui fu replicato il trattamento Rabin. Fu cioè vittima della più terribile maledizione cabalistica, la Pulsa Denura. Non gli portò bene.

Ad oggi non sembra che Netanyahu abbia simili propensioni, anzi. Anche la rassicurazione che non ci saranno elezioni anticipate sembra indicare che vuole usare tutto il potere residuo per tentare un colpo di mano.

Per quanto riguarda Trump, il pressing che subirà sarà durissimo. Vedremo se riuscirà a smarcarsi cedendo su altro, con altra mossa ad effetto. Magari assicurando al suo visitatore che presiederà all’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme.

Visita ad alto rischio. Vedremo.

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