20 febbraio

Netanyahu e la disfida di Monaco

Ha fatto il giro del mondo la foto di Benjamin Netanyahu che, agitando un pezzo di ferro, chiedeva al ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif se lo riconoscesse, dal momento che si trattava di parte del drone iraniano abbattuto all’interno dei confini israeliani il 10 febbraio.

È accaduto due giorni fa al Forum per la sicurezza internazionale di Monaco, presente lo stesso Zarif, il quale ha risposto con studiata ironia: Netanyahu, ha detto, «ha inscenato un circo da cartoni animati».

Ironia studiata, appunto, dal momento che Zarif voleva rievocare una defaillance del suo interlocutore.

Era il settembre del 2012 allora, e Netanyahu, alle Nazioni Unite, mostrò il disegno di una bomba pronta a scoppiare: un messaggio diretto ad allarmare il mondo sul pericolo dell’atomica iraniana.

L’intervento non sortì l’effetto sperato, ma l’esatto contrario. Infatti, la rete fu inondata di vignette ironiche che rappresentavano Netanyahu come un personaggio dei cartoni animati, Wile Coyote, noto per la sua incessante quanto sfortunata caccia allo struzzo Beep Beep (vedi Times of Israel di allora).

Ma il tentativo di Zarif è andato a vuoto, ché l’intervento di Netanyahu non ha suscitato l’attesa ilarità. Il fatto è che il nervosismo è più acceso di allora e la possibilità di un conflitto Israele – Iran più incombente.

Lo ha evocato lo stesso Netanyahu che, nel suo intervento tedesco, ha chiarito la sua determinazione a difendere Israele anche a costo di attaccare direttamente l’Iran.

Il lutto per il disastro di un aereo di linea iraniano, che proprio in questi giorni si è schiantato uccidendo 66 persone, non ha impedito alle autorità di Teheran di rispondere al premier israeliano con eguale e opposta determinazione.

Clima acceso, dunque, e pericoloso. Ad accrescere i rischi il nervosismo di Netanyahu, che per la prima volta nella sua lunga e fortunata carriera politica sembra vacillare.

Cinque giorni fa, al termine di una lunga e tormentata inchiesta, la polizia ha chiesto formalmente alla procura di incriminarlo per due reati. Rovescio al quale ieri si è sommato un altro scandalo.

Sono infatti pesanti le accuse che hanno determinato l’arresto di alcune persone legate al premier; un’indagine che lo mette ancora più a rischio (al Monitor). Non solo le inchieste: anche i sondaggi iniziano ad andar male per il premier; sviluppo che potrebbe convincere i suoi alleati di governo a scaricarlo.

Tante, forse troppe pressioni per Bibi: potrebbero oscurarne la consueta lucidità che lo ha portato a cavalcare con successo tutte le tempeste interne e internazionali.

Il 5 marzo è atteso da Trump alla Casa Bianca, un incontro che Netanyahu proverà a sfruttare per rilanciare le sue preoccupazioni riguardo l’Iran.

E per tentare di coinvolgere maggiormente l’America nel teatro di guerra mediorientale, dal quale, secondo i media e i politici israeliani, si sarebbe allontanata.

In attesa degli sviluppi futuri, val la pena gettare uno sguardo al passato, con gli occhi dell’ex Segretario di Stato americano John Kerry, il quale, a margine della conferenza di Monaco, ha voluto rivelare che il defunto re saudita, Abdullah Bin Abdulaziz, e l’ex presidente egiziano, Hosni Mubarak, avevano chiesto agli Stati Uniti di bombardare l’Iran.

Almeno questo riporta il Middle East Monitor, ché altre fonti riferiscono che Kerry avrebbe parlato di una pressione anche da parte israeliana, ribadendo cioè quanto aveva affermato nel novembre dello scorso anno (riportato a suo tempo da Haaretz).

Al di là del particolare, la rivelazione è significativa. Kerry è politico navigato ed è improbabile che le sue parole fossero dirette solo a svelare un retroscena passato. Probabile invece volesse accennare a pericoli ben più presenti. E allarmanti.

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