17 febbraio

Gli Usa: non abbiamo prove delle armi chimiche di Assad

E così, dopo tante piccole bugie e altrettante spudorate menzogne, la narrativa anti-Assad subisce una ferita mortale: gli Stati Uniti hanno ammesso che non hanno nessuna prova che il presidente siriano abbia usato il sarin.

Inizia così un articolo che ho pubblicato per Occhi della guerra (cliccare qui) che dà conto delle sorprendenti affermazioni del ministro della Difesa americano James Mattis, il quale, in una conferenza stampa tenuta il 2 febbraio, ha ammesso che il raid americano di aprile in Siria, conseguente alla strage di Khan Sheikhoun (presso Idlib) causata da un gas tossico, non aveva alcun fondamento.

Allora gli Stati Uniti avevano accusato Assad di aver usato il sarin contro i ribelli, mentre Damasco e Mosca, respingendo tali accuse, spiegavano che l’aviazione siriana aveva colpito un sito dei “ribelli” nel quale era stipato il gas. O che gli stessi ribelli avessero inscenato l’attacco per spingere gli americani a intervenire in loro difesa.

Ma torniamo alla conferenza stampa di Mattis. Alla precisa domanda di un cronista, che gli ha chiesto conferma di quanto il ministro gli aveva confidato in privato, se cioè gli Stati Uniti stessero ancora cercando le prove riguardanti le responsabilità di Assad sull’accaduto, Mattis ha risposto: «Non abbiamo la prova […] stiamo cercando le prove».

Una rivelazione che contraddice del tutto le certezze di allora, quando fu ordinata la ritorsione. E che mina nel profondo la narrativa volta a dipingere Assad come un criminale di guerra.

Peraltro, se gli Stati Uniti hanno mentito su una questione così rilevante, che ha tenuto per giorni il mondo con il fiato sospeso (si sfiorò uno scontro con Mosca), quante altre menzogne sono state propalate dall’Occidente su questa sporca guerra in cui propaganda e informazione sono legate in maniera indissolubile?

I gas di Assad somigliano sempre più alle armi di distruzione di massa di Saddam: artifici per giustificare un intervento militare americano in Siria.

Resta il dubbio del perché un uomo navigato e abile come Mattis abbia voluto rivelare un particolare tanto imbarazzante. Perché è evidente che non si tratta di uno scivolone.

Probabile che il generale, come gli altri che attorniano Trump e formano il nerbo della sua amministrazione, abbia voluto indirizzare un segnale a Mosca. Gli Stati Uniti non vogliono un’escalation in Siria. Ovvio che le due potenze hanno interessi contrastanti. E che la conflittualità è (e resterà) alta.

È però più che probabile che i generali Usa vogliano conservare il conflitto nell’alveo di una cornice consolidata, che ne renda gestibile le inevitabili criticità.

Una posizione contrastata dai neocon e dai settori dell’apparato militare e di intelligence che rispondono a loro. Che invece stanno cercando in tutti i modi di far deragliare il conflitto per poter arrivare alla tanto agognata guerra contro l’Iran.

Probabile che il bombardamento della settimana scorsa, che ha falcidiato le forze siriane (e alleate) a Deir Ezzor provocando circa cento morti (Piccolenote), sia da inquadrarsi nell’ambito di questo conflitto interno agli Stati Uniti.

Un’azione tanto anomala e tanto debordante poteva provocare appunto un’escalation. E certo non sarebbe stato sufficiente a evitarla solo l’usuale avvertimento previo inviato dal comando militare Usa in Siria all’omologo russo.

Come è evidente l’intento provocatorio successivo, quando gli Stati Uniti hanno comunicato che le bombe Usa avrebbero ucciso 200 russi (una probabile forzatura numerica, che ne acuisce l’intento provocatorio).

Certo, Mosca ha protestato vibratamente, ma senza assecondare la spinta all’escalation. Più che probabile che, sottotraccia, qualche messaggio sia intercorso tra Washington e Mosca. Che ha evitato il peggio. Alla Siria e al mondo.

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