13 febbraio

L'escalation siriana

La battaglia aerea di sabato sui cieli siriani poteva far esplodere la regione. Pericolo scampato. Sul campo rimangono decine di morti siriani e iraniani e un aereo israeliano abbattuto.

Forte la controversia tra i duellanti: Israele parla di una reazione alla violazione dei suoi confini da parte di un drone iraniano, Damasco della difesa del suo territorio violato dall’ennesimo raid dell’aviazione di Tsahal.

Non è il primo raid israeliano sulla Siria: Il comandante dell’aviazione israeliana, generale Amnon Ein Dar, ha affermato che le forze di difesa israeliane hanno effettuato «migliaia di missioni in Siria solo nell’ultimo anno» (Yedioth ahronoth).

Ma è la prima volta che Tel Aviv perde un velivolo. Una debacle per Israele, che si immaginava immune a simili rovesci.

Tanto che i suoi massimi dirigenti politici hanno indugiato sulla possibilità di «ulteriori azioni militari. La discussione si è conclusa in poco tempo, dopo una telefonata tra Putin e il primo ministro Benjamin Netanyahu», scrive Amos Harel (Haaretz).

Una telefonata ad alta tensione, presumibilmente, dal momento che in taluni ambiti israeliani c’è irritazione verso i russi, responsabili, ai loro occhi, di aver aiutato Damasco a realizzare la rete anti-aerea che ha reso meno accessibili i suoi cieli.

Eppure Putin era l’unico che poteva sbrogliare la matassa, dal momento che ha un filo diretto con entrambi i contendenti. E l’ha fatto.

Un’iniziativa pacificatrice non gli ha portato fortuna. Il giorno dopo un aereo di linea russo si è schiantato nei pressi di Mosca (71 vittime).

Nessun legame tra le due vicende, solo una nefasta consecutio temporum. Il fatto poi che lo schianto sia avvenuto l’11 febbraio – i maledetti 11 cari al Terrore – accresce di suggestioni l’accaduto, ma nulla più.

Se Putin è riuscito è perché nessuno dei protagonisti «di questo pericoloso gioco ha oggi bisogno di una guerra: né l’Iran, né Israele, né Hezbollah, non certo Assad, e certamente non i russi. E così il tutto si è concluso con un solo giorno di combattimenti, almeno per ora» (Ben Caspit, al Monitor).

Peraltro l’Iran, scrive Zvi Bar’el, «non vuole aprire un altro fronte militare con Israele», anzi. E ciò perché attende «con ansia la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump […] sul futuro dell’accordo nucleare con l’Iran». Un conflitto con Israele determinerebbe l’imposizione di nuove sanzioni e la fine del trattato (Haaretz).

Per questo Bar’el reputa che il drone iraniano abbia sconfinato per un «errore di navigazione» piuttosto che per una decisione dei suoi remoti piloti.

Ma al di là delle controversie, va registrato che purtroppo l’escalation ha seppellito gli spiragli di pace aperti dai messaggi fatti pervenire in via riservata da Assad e dal presidente libanese Aoun a Netanyahu (Piccolenote).

Dopo tali aperture tutto è precipitato. Prima l’abbattimento di un aereo militare russo a Idlib da parte dei terroristi di al Nusra, che hanno messo a segno un’azione molto più sofisticata delle loro capacità (che quindi fa sorgere interrogativi).

Poi l’attacco dell’aviazione americana contro un contingente siriano che avrebbe sconfinato. Cento i morti  di un’azione votata a far strage: sarebbe bastato un raid dimostrativo per ottenere il ripiegamento del nemico.

Infine il confronto incendiario di sabato scorso tra l’aviazione di Tsahal e la contraerea siriana.

Quelle lettere sono ormai lettera morta… Cosa che fa il gioco degli ambiti internazionali che vogliono il prolungamento a oltranza della guerra siriana per ottenere la sospirata caduta di Assad e logorare i russi come accaduto in Afghanistan.

Ps. Da notare che durante la crisi dell’abbattimento del jet israeliano gli Stati Uniti hanno tenuto un profilo basso, evitando di accendere ulteriormente gli animi. Un rigurgito di ragionevolezza che ha aiutato l’opera mediatrice di Putin. Dato significativo e da sottolineare.

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