10 febbraio

La Siria abbatte un jet israeliano

La contraerea siriana ha abbattuto un caccia israeliano. Questo l’unico dato certo di un confronto tra Israele e Siria i cui contorni appaiono ancora confusi e che alza al parossismo la tensione in Medio Oriente.

Cosa sia davvero accaduto, infatti, è ancora tutto da scoprire: gli israeliani affermano che i jet di Tsahal hanno inseguito un drone iraniano che aveva violato i loro confini. E che, dopo la risposta della contraerea siriana, che ha tirato giù un velivolo, ha effettuato raid in territorio siriano colpendo diversi obiettivi.

I siriani invece negano lo sconfinamento del drone e affermano che la loro contraerea ha invece intercettato jet israeliani mentre questi conducevano raid all’interno dei loro confini, come accaduto spesso in passato.

L’aviazione israeliana, infatti, da anni usa colpire in Siria, sia obiettivi iraniani di hezbollah che siriani. E a volte, almeno negli ultimi tempi, è stata presa di mira dalle difese antiaeree di Damasco.

La spiegazione di Damasco appare più plausibile, non solo perché confermata dalle dinamiche del passato. Ma perché sembra più che improbabile che l’esercito israeliano abbia inviato i suoi jet a bombardare la Siria come ritorsione per l’abbattimento di un suo velivolo.

Tale ritorsione, infatti, sarebbe stata ad alto rischio: Tel Aviv avrebbe rischiato cioè di perdere altri aerei, subendo un rovescio epocale. Una ritorsione va studiata e preparata affinché non risulti controproducente.

Ma al di là delle accese controversie sul tema, va registrato che è la prima volta che i siriani hanno colpito un bersaglio (peraltro affermano che non è stato abbattuto un solo jet, ma diversi; altro particolare non confermato).

Per il Medio Oriente è allarme rosso: l’abbattimento di un caccia da combattimento per Israele non è solo rovescio militare, ma assume connotati ben più alti.

Infatti, i governanti di Tel Aviv da tempo hanno affidato alla sola superiorità-invulnerabilità del suo apparato militare il compito di garantire la sopravvivenza dello Stato.

Il fatto che tale superiorità-invulnerabilità sia stata messa in discussione non è solo un vulnus bellico, ma assume i connotati di un percolo esistenziale.

Il rischio di un’escalation è alto. Anche se ad oggi appare difficile che Tel Aviv scelga di intervenire direttamente nel conflitto siriano: tale opzione non sarebbe priva di rischi per i cittadini israeliani.

Netanyahu ha riunito lo Stato maggiore per una seduta d’emergenza. Situazione più che critica. Rischi alti. Si spera che americani e russi, presenti in Siria, riescano a trovare un modo per attutire le tensioni.

E che i generali israeliani, che in passato si sono rivelati molto più realisti dei loro governanti, possano dare un contributo di ragionevolezza.

L’alternativa è l’apertura del vaso di Pandora.

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20 febbraio

Afrin

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