8 febbraio

L'eccidio di Deir Ezzor

Sono un centinaio i militari siriani uccisi in un raid dell’aviazione americana nell’area di Deir Ezzor. Un eccidio.

L’attacco sarebbe stato portato perché i militari stavano attaccando il quartier generale delle Sdf, le milizie al soldo degli Stati Uniti che controllano l’area di Deir Ezzor a Est del fiume Eufrate. Tale la versione americana.

Damasco afferma invece che questi stavano attaccando l’Isis che in quella zona è incistato nonostante la presenza degli Stati Uniti.

Quale delle due versioni è più credibile? La risposta la lasciamo ai lettori. Sicuramente l’Isis è in zona. E rappresenta un pericolo costante per le truppe di Damasco. Mentre all’inverso non è temuto dal Sdf, mai attaccato da tali milizie.

Val la pena rammentare che le truppe siriane hanno subito un solo attacco di tali proporzioni da parte dell’aviazione Usa. Sempre a Deir Ezzor. E recò all’Isis un vantaggio notevole.

Avvenne nel settembre del 2016 e uccise sessanta soldati siriani, i quali da anni difendevano la città dall’Isis che la cingeva d’assedio.

Il raid permise ai miliziani del Terrore di andare all’assalto sfruttando lo scompiglio conseguente. Presero posizioni strategiche ma la città non cadde, seppure per un soffio.

Impossibile che l’attacco americano di allora sia stato frutto di una «svista», come ebbe a scrivere anche Paolo Mieli, non certo un fan di Assad (Piccolenote). E l’attacco di oggi ricorda quello di allora.

Ma se necessità strategiche possono spiegare la scorreria Usa, non possono spiegarne la portata: per far ripiegare i militari siriani sarebbero bastati alcuni raid. Invece si è cercata la strage.

Non un’operazione militare, dunque, ma un monito. Deir Ezzor è strategico: da qui passa l’asse sciita che collega Teheran al Mediterraneo. Con l’eccidio gli americani hanno inteso ribadire la loro contrarietà a tale asse.

Non solo l’asse sciita. Scrive Giordano Stabile sulla Stampa di oggi: «Secondo il Pentagono l’obiettivo dell’offensiva governativa era la conquista dei pozzi petroliferi a Est dell’Eufrate, che le Sdf hanno strappato all’Isis fra novembre e dicembre del 2017 […]. Nella zona ci sono i giacimenti più ricchi della Siria, con un potenziale di 300 mila barili al giorno, che fra il 2014 e il 2017 erano stati sfruttati dall’Isis».

Un quadro significativo, che però lascia fuori l’Isis. Nell’articolo, infatti, sembra che l’Agenzia del Terrore non sia più in zona. Invece c’è, eccome.

Allora delle due l’una: o l’Isis sta a Ovest dell’Eufrate e quindi gli Stati Uniti hanno colpito proditoriamente dove non potevano, stante che accordi pregressi con la Russia prevedono tale limitazione reciproca (i siriani non possono spingersi a Est dell’Eufrate e gli americani non possono colpire a Ovest).

Oppure, seconda possibilità, l’Isis sta a Est dell’Eufrate, ovvero nella zona che galleggia su un mare di petrolio controllata dagli americani, ai quali evidentemente sta bene la loro presenza.

L’attacco avviene mentre la Turchia sta conducendo una campagna contro il cantone curdo-siriano di Afrin, suscitando le ire di Damasco. E si succedono i raid israeliani contro obiettivi siriani.

Un triplice fronte che mette a dura prova le capacità e i sistemi difensivi dell’esercito siriano, che è evidentemente oggetto di una strategia volta al suo logoramento.

Al di là della cronaca nera, va segnalato l’accordo tra Turchia, Iran e Russia per un nuovo vertice a tre. Finora questo asse ha funzionato come forza stabilizzatrice della crisi siriana. L’attacco turco di Afrin l’ha incrinato.

Il nuovo summit è dettato dalla necessità di ripristinare l’armonia perduta.

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