8 febbraio

Framania

Più che importante l’esito delle votazioni del 4 marzo prossimo, che avranno ripercussioni globali. No, non ci riferiamo alle elezioni italiche, ma alle ben più importanti votazioni che avranno luogo in Germania, dove i membri del partito socialdemocratico sono chiamati a ratificare l’accordo del loro partito con la democrazia cristiana della Merkel.

Già, perché il nostro Paese conta nulla dopo la fine violenta della Prima Repubblica, che ha riportato l’Italia ai fasti della «serva Italia di dolore ostello» descritta nella Divina Commedia.

Altro sono le votazioni che si svolgeranno all’interno del partito socialdemocratico tedesco, che dovranno dare o meno luce verde alla nuova Grosse Koalition, dopo il lungo stallo seguito alle elezioni del settembre scorso che hanno visto la ribalta della destra di Alternative für Deutschland.

Il lungo negoziato ha portato a un compromesso diverso dal precedente: la novità più importante è rappresentata dalla cessione del Ministero delle Finanze ai socialdemocratici che, avendo incamerato anche il dicastero degli Esteri, hanno una rappresentanza più forte e incisiva del passato nel governo.

La Merkel ne esce un pochino ridimensionata, stante che la donna più potente del mondo, come da definizione dei media, si è vista costretta a negoziare per mesi per restare in sella.

Un ridimensionamento che può portare bene. Il troppo potere accumulato nei lunghi anni di cancellierato aveva portato la donna ad essere troppo assertiva in Europa, allineandosi così agli interessi dell’industria e soprattutto della Finanza teutonica.

E imponendo ai Paesi membri della Ue una durissima quanto miope austerity, che li ha impoveriti (in tutti i sensi) e ha portato a un pericoloso parossismo l’egemonia della Germania sull’Europa.

In questi mesi di sospensione la Merkel ha incontrato più volte Emmanuel Macron, indizio che si è aperta alle istanze riformiste di cui è portatore il presidente transalpino, il quale chiede alla Ue un cambio di marcia votato allo sviluppo.

La consegna del dicastero delle Finanze ai socialdemocratici sembra dover favorire tale prospettiva.

Allo stesso tempo è più che probabile che Macron abbia in questi mesi dialogato con la cancelliera di politica estera.

Macron è più che attivo su questo piano: sta tentando di aprirsi spazi di manovra nel mondo grazie a una diplomazia improntata al rifiuto delle logiche belliciste dei neocon e al dialogo con tutti, Russia compresa (Putin è stato il primo Capo di Stato da lui incontrato).

Probabile che Macron abbia chiesto alla Merkel di portare in sede Ue questo nuovo assetto diplomatico, facendo uscire la politica estera del Vecchio Continente dall’insignificanza a cui l’ha consegnata la scelta di non porsi come alternativa, se non a volte sul piano verbale, all’aggressività globale dispiegata dai neocon.

L’Asse franco-tedesco che potrebbe determinarsi alla fine di questa lunga e travagliata trattativa intra-Germania e franco-tedesca potrebbe addirittura realizzare quella Framania ipotizzata al tempo della presidenza di Chirac: una superpotenza al pari delle altre (vedi Repubblica).

Ma al di là dell’ipotesi Framania, che resta suggestiva, se nascerà, l’asse franco-tedesco è destinato a prendere saldamente in mano le redini dell’Unione Europea. Con una presa ancor più forte di quanto oggi realizzi la predominanza tedesca.

Resta da vedere se il nuovo potere egemone guarderà agli altri Paesi dell’Unione semplicemente come dei, pur utili, satelliti o come a Stati cui concedere, questa purtroppo la dizione esatta, diritti di partenariato, in una condivisione di responsabilità e di destini.

E se si deciderà ad affrontare seriamente il nodo della doppia velocità. Tema dibattuto da anni senza costrutto e che va affrontato per decidere una volta per tutte se la Ue debba rimanere una famiglia allargata o debba restringersi per una diversa ripartenza.

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20 febbraio

Afrin

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