3 febbraio

Sochi: mezzo fallimento

La settimana scorsa si è svolto un altro round dei negoziati a Sochi, prolungamento di quelli di Astana. Come altre volte, l’assise ha visto la partecipazione di delegati della Turchia, dell’Iran e della Siria, sotto il patrocinio di Mosca.

Putin sperava in un passo in avanti significativo nella soluzione del conflitto siriano, che gli potesse consentire di annunciare al mondo che la crisi era in via di risoluzione; un successo che gli serviva anche in vista delle presidenziali russe del marzo prossimo.

Per questo la scelta di tenere l’assise a Sochi, cuore della diplomazia parallela di Mosca. Nonostante abbiano partecipato 1500 delegati, tra cui parte dell’opposizione siriana, non è andata come sperato.

A indicare il mezzo fallimento dell’incontro anche il fatto che non abbiano partecipato né il presidente turco, Recep Erdogan, né quello iraniano, Hassan Rouhani, come nel novembre scorso.

Sochi ha partorito solo un documento nel quale si prevede la creazione di una commissione mista, tra delegati di Damasco e dell’opposizione, che realizzi una riforma costituzionale. L’attacco di Erdogan ai curdi di Afrin, in risposta all’iniziativa americana volta ad armare i curdi, ha cambiato tutto. Pochino.

Anzitutto ha reso impossibile la partecipazione dei curdi. Ma ha anche posto criticità nel rapporto tra il presidente turco e Putin; un riflesso della contrarietà di Damasco e di Teheran, alleate della Russia, all’iniziativa militare turca.

Il fatto che Putin abbia avuto una lunga conversazione telefonica con Erdogan durante l’assise di Sochi dimostra che il focus della crisi siriana era altrove.

Probabile che il presidente turco abbia rassicurato Putin sulle sue intenzioni: non si tratterebbe di una campagna per conquistare parte della Siria, ma per sventare la minaccia che le milizie curde pongono alle frontiere turche.

Le rassicurazioni del ministro degli Esteri turco di ieri, che ha ribadito che Ankara sostiene la necessità di preservare l’integrità del territorio siriano, sembrano indicare proprio questo (Anadolu).

Ma al di là delle misteriose intenzioni turche, sembra interessante un particolare:  in parallelo allo sviluppo della presenza americana in Siria,  diventata ormai duratura (Piccolenote), sta aumentando anche la presenza di Mosca: i russi hanno rimesso in sesto quattro basi aeree (Tiyas, Palmyra, Hama, Shayrat) e inviato circa seimila soldati. La Guerra Fredda in salsa siriana è servita.

Come interessante appare lo sviluppo dei colloqui tra Mosca e Tel Aviv. Come abbiamo riportato (Piccolenote), Netanyahu è volato a Mosca prima dell’inizio della conferenza di pace di Sochi.

Un vertice che ha avuto uno sviluppo più che significativo: il 1 febbraio sono arrivati in Israele il consigliere per la sicurezza nazionale russo Nikolai Patrushev, oltre ai vice ministri degli esteri, della giustizia e della sicurezza pubblica.

Una visita «senza precedenti», osserva Debka: mai prima d’ora era stata organizzata una missione diplomatica di così alto livello in così pochi giorni.

Al vaglio le problematiche che il conflitto siriano pone a Israele, anzitutto la temuta presenza iraniana nel Paese.

Così, mentre la campagna militare turca rischia di infiammare nuovamente il teatro di guerra siriano, si possono osservare cenni in controtendenza. Il fitto dialogo Tel Aviv – Mosca non sarà foriero di improvvise intese, ma può certo aiutare ad attutire il conflitto e a gestirne le criticità.

Allo stesso modo il fatto che Mosca risponda all’iniziativa americana, incrementando la sua presenza in terra siriana, rende eventuali escalation tanto pericolose quanto meno probabili.

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