25 gennaio

I dazi di Trump

L’innalzamento di dazi doganali da parte dell’amministrazione Trump è oggetto di controversia. La mossa è diretta a favorire le imprese americane contro la Cina, spiegano gli analisti, il cui sviluppo economico è la massima preoccupazione di  Washington.

E però tale misura non colpisce solo le esportazioni del Dragone. Come scrive Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera di oggi, infatti, a essere colpita è anche la Corea del Sud, dal momento che sulle nuove barriere doganali Usa andranno a schiantarsi parte delle sue esportazioni. Un «segnale» diretto a tutti gli alleati degli Stati Uniti.

«Su questo punto la squadra trumpiana sembra insolitamente compatta: militari e affaristi sono d’accordo», spiega Sarcina, che aggiunge: «La “nuova strategia per la sicurezza nazionale” è stata messa a punto dal generale Raymond McMaster, mentre la concretezza delle misure si deve al Rappresentante per il commercio Robert Lighthizer, avvocato settantenne dell’Ohio, in campo contro “la minaccia cinese” fin dal 1983, quando era vice-ministro nell’amministrazione di Ronald Reagan».

Nel documento di McMaster richiamato nell’articolo di Sarcina, il Consigliere per la sicurezza nazionale ha chiarito che gli Stati Uniti considerano prioritario il contrasto a Russia e Cina piuttosto che quello diretto contro il terrorismo internazionale.

Un cambio di rotta notevole, stante che dopo l’11 settembre la proiezione globale degli Stati Uniti è stata appunto sottesa all’ideologia dell’anti-Terrore (con l’esito di far dilagare il terrorismo nel mondo, come ha evidenziato la Commissione d’inchiesta britannica Chilcot).

Questo nuovo orientamento americano va nella direzione di consolidare quanto si è andato delineando negli ultimi tempi, ovvero un ritorno della Guerra Fredda. Con varianti tutte da scoprire dal momento che tante cose sono cambiate dalla caduta del Muro di Berlino.

Anzitutto la sproporzione delle forze è notevole: gli Stati Uniti hanno una potenza di fuoco, militare, tecnologica ed economica, ad oggi molto maggiore di quella di Pechino e di Mosca. Una variante che mina nel profondo ciò che rendeva la Guerra Fredda foriera di un sostanziale equilibrio mondiale.

In secondo luogo l’economia è tutt’altra da quella di un tempo: il peso della Finanza di tipo speculativo allora era residuale rispetto all’economia reale. Una novità che vede la sfida attuale declinarsi in varianti altre e diverse.

In terzo luogo, in Occidente non c’è più il comunismo, collante ideologico della vecchia Guerra Fredda, dal momento che il comunismo generava l’anti-comunismo, spinte contrapposte ma indispensabili l’una all’altra.

Ciò non vuol dire che l’attuale confronto sia scevro da ideologie. Russia e Cina hanno una proiezione globale alquanto pragmatica, volta cioè ad aprire nuovi spazi ai propri interessi nazionali.

Interessi nazionali che però per Pechino vanno a identificarsi anche col dare compimento a un destino manifesto che i suoi dirigenti ritengono inscritto nella sua prorompente e, almeno ad oggi, inarrestabile ascesa: tale destino vede il Dragone assurgere alla primazia mondiale. Ciò assume i tratti di un nazionalismo ingenuo, se si vuole, e però capace di dare alla spinta globalizzante un anelito altro dal mero lucro.

La spinta ideologica che invece abita la Russia è tutta inscritta nel suo passato di potenza planetaria. Se un ritorno a quel passato è impossibile, gli è però inaccettabile essere relegata ai margini dell’agone mondiale, come accaduto con Boris Eltsin.

Putin è riuscito a rinverdire quei fasti, ma usando una strategia del tutto opposta a quella del passato: non cerca lo scontro con l’Occidente, ma l’accordo. Il fatto che tale prospettiva non incontri gli esiti sperati presso i suoi ipotetici interlocutori non inficia l’intelligenza di fondo dell’opzione, dal momento che proprio la predisposizione all’accordo e al compromesso è alla base del successo della sua presidenza (successo che peraltro gli è riconosciuto, per opposizione, dai suoi avversari).

La proiezione globale americana è abitata da un sostrato ideologico molto più intenso: all’ideologia della «nazione indispensabile» si è aggiunto, negli ultimi anni, un maccartismo di ritorno, che fa della Russia, e in seconda battuta della Cina, non tanto dei competitor degli Stati Uniti, quanto dei nemici esistenziali. Bizzarria di una ideologia, il maccartismo appunto, sopravvissuta alla scomparsa del nemico comunista (almeno in Occidente) .

Ma al di là della nuova Guerra Fredda e delle variabili sul tema, l’innalzamento dei dazi da parte di Trump rappresenta ovviamente un vulnus alla globalizzazione. In fondo la sfida delle ultime presidenziali Usa era tutta in questa controversia: se cioè l’Impero dovesse perseverare sulla via della globalizzazione o cercare nuove (e antiche) prospettive. Da qui il duro scontro.

Da questo punto di vista, con la sua iniziativa Trump va nella direzione di dare compimento a quella contesa e a quella vittoria. Da qui il forte contrasto interno (vedi alla voce russiagate).

Se si osserva l’iniziativa protezionista di Trump in una prospettiva meno alta, si può notare come compiendo parte delle promesse elettorali il presidente cerchi di dare soddisfazione ai propri elettori. Gli è indispensabile in vista delle elezioni di midterm del novembre prossimo, quando si rinnoverà parte del Congresso.

In passato tale momento elettorale non ha avuto alcun peso, altre volte invece ha avuto certa importanza. Ma forse queste elezioni non sono mai state così decisive. Gli avversari interni di Trump, democratici e repubblicani di ascendenza neocon, stanno facendo di tutto per stringerlo in un angolo e sperano di ottenere i numeri per portare l’affondo decisivo, ovvero l’avvio di una procedura di impeachment (non impossibile).

Per questo, oltre che per dimostrare che la sua elezione non è stata un accidente casuale, Trump deve vincere quelle elezioni.

Oggi come allora  non può contare molto sull’ausilio del suo partito, ma sui cittadini americani che hanno visto in lui, a torto o a ragione, il paladino dei propri diritti contro le oligarchie finanziarie e politiche.  Da questo punto di vista i dazi di Trump hanno una valenza di politica interna non inferiore a quella internazionale.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page