23 gennaio

Siria: la campagna di Afrin

La guerra siriana ha una nuova evoluzione. Nell’articolo di una settimana fa avevamo accennato come due nuove criticità avessero aperto una fase nuova. Da una parte l’offensiva dell’esercito siriano su Idlib, in mano ad al Nusra (al Qaeda) rischiava di provocare un conflitto tra Damasco e Ankara, che da sempre rivendica quella zona e che ha un filo diretto con le milizie che la occupano. Dall’altra l’annuncio di Washington sull’intenzione di armare le milizie curde presenti in Siria aveva suscitato le ire di Damasco, Ankara, Teheran e le preoccupazioni di Mosca.

Due criticità che hanno scatenato un nuovo conflitto, stavolta nel cantone  di Afrin, controllato dalle milizie curde del PYD (democratic union party), che Ankara considera terroriste al pari del Pkk (Partîya Karkerén Kurdîstan, partito dei lavoratori del Kurdistan).

Uno sviluppo alquanto lineare: i turchi hanno provato a ostacolare in tutti i modi la campagna dell’esercito di Damasco contro Idlib, in particolare chiedendo a Iran e Russia di mettere un freno ad Assad. Inutilmente, dal momento che Mosca e Teheran hanno continuato a sostenere le ragioni e le forze siriane.

Il presidente turco si è visto così alle stette: poteva sì sostenere le milizie jihadiste stanziate a Idlib, ma non poteva  correre il rischio di un ingaggio diretto da parte dell’esercito turco: equivaleva a una dichiarazione di guerra contro Damasco.

Una sfida molto più che impegnativa sul piano militare e una catastrofe dal punto di vista geopolitico: l’avrebbe messo contro Iran e Russia, oggi suoi alleati indispensabili, dal momento che gli servono per smarcarsi da Washington e soprattutto dai neocon, che non prevedono alcun ruolo per Ankara nel nuovo Medio oriente da essi immaginato.

Le cose sono cambiate, e di molto, quando gli Stati Uniti hanno annunciato la creazione in Siria di una forza curda di 30mila unità, la cui ossatura dovrebbe essere rappresentata dalle milizie del Pyd e Pkk.

Una forza da loro sostenuta, addestrata e armata, dai compiti alquanto nebulosi. Secondo il Segretario di Stato Rex Tillerson, che ha provato ad attutire la portata dell’iniziativa, essa dovrebbe svolgere mansioni di polizia e di controllo nei territori curdi e nelle zone siriane oggi controllate dagli Stati Uniti.

Ma nessuno degli attori del conflitto siriano si fida, anche perché quell’annuncio è stato accompagnato da un altro: gli americani, ha detto Tillerson, non hanno alcuna intenzione di ritirare le proprie truppe schierate in Iraq e Siria, né di smantellare le loro basi. La presenza americana, dunque, è destinata a rimanere.

L’idea americana di armare il Pyd o il Pkk per Erdogan è suonata come una sfida esistenziale. Da tempo ha ingaggiato una durissima guerra con tali formazioni armate, sia in patria che nel teatro di guerra siro-iracheno.

Non può accettare che i suoi nemici dichiarati siano armati e sostenuti dagli Usa, ciò cambierebbe, e di molto, i rapporti di forza.

Ad oggi ha vinto la battaglia interna, con nefaste conseguenze per la minoranza curda in Turchia, e immaginava di poter vincere anche quella esterna contro le milizie dislocate in Siria e Iraq.

Una lotta, quest’ultima, non priva di ambiguità, stante che Erdogan ha usato dell’emergenza terrorismo per tentare di guadagnare territori altrui e così ampliare la propria influenza negli Stati confinanti, che proprio per questo si sono opposti al suo attivismo.

Ma questo è il passato, oggi la campagna contro Afrin per Erdogan è quasi una necessità: si tratta di contrastare il progetto americano che avrebbe effetti destabilizzanti in Turchia.

Da qui un tacito accordo: Erdogan ha accettato il suggerimento di Mosca di consentire ai siriani di riconquistare Idlib in cambio della luce verde per la campagna di Afrin.

Un’iniziativa bellica che peraltro permette a Erdogan di rivendere in patria un successo militare dopo i tanti rovesci ottenuti nella guerra siriana, che aveva impegnato per procura (tramite cioè le milizie jihadiste filo-turche) e nella quale ha profuso tanta energia senza raccogliere nulla.

La disfatta di Idlib, che sembra prossima, suonerebbe come uno scacco definitivo della sua assertività. Gli serve un successo.

Insomma, tanti i motivi per ingaggiare battaglia ad Afrin. Una campagna che però si annuncia meno facile del previsto, stante che le milizie curde sono agguerrite e stanno dando filo da torcere all’aggressore. E che Ankara deve fare i conti con i vari attori del conflitto siriano, regionali e internazionali.

Damasco ha protestato duramente contro Erdogan per quella che giudica, a ragione, un’invasione del suo territorio. E l’Iran ha fatto sentire la sua voce, dichiarando che una presenza permanente dei turchi in terra siriana non sarà tollerata. Posizione che sembra condividere con Mosca, che sebbene abbia dato luce verde ai turchi non può andare contro i suoi alleati di Damasco.

Contraddittorie la posizioni americane. L’attacco è di fatto contro il loro progetto di creare una forza curda. Ma non possono entrare in urto frontale contro un alleato Nato. Così sebbene Tillerson abbia espresso preoccupazione, il ministro della Difesa James Mattis ha detto di “comprendere le ragioni di sicurezza” di Ankara.

Insomma, anche qui una sorta di luce verde da parte americana, che, in un gioco ambiguo, sembra cerchi di esasperare le divergenze tra Erdogan e l’asse Damasco-Teheran per rompere il filo che li lega.

Tante ambiguità, che pongono incertezze sullo sviluppo di questa iniziativa militare e gettano ombre sui suoi obiettivi reali.

Erdogan, dopo le prime sfuriate, sta cercando di delimitarli. Ha capito, dopo le prime perdite subite dal suo esercito, che non può permettersi una campagna durevole; così da parte turca si è iniziato a parlare di creare una fascia di sicurezza di 30 Km dai confini turchi.

Una pretesa peraltro alquanto abusata nel corso della guerra siriana: al tempo, ne sosteneva la necessità anche il Segretario di Stato americano Hillary Clinton.

Iraniani e siriani (e russi), ad oggi stanno a guardare, anche perché troppo impegnati a riconsegnare Idlib alla Siria. Ma l’idea turca di realizzare una fascia di sicurezza di 30 km sarà certo argomento di controversia.

Detto questo, la campagna contro Afrin è un monito agli Stati Uniti a non perseguire la destabilizzazione in Turchia. Ma anche verso i suoi progetti riguardanti il teatro di guerra siro-iracheno.

L’accordo siro-russo-turco-iraniano sullo scambio Idlib – Afrin indica che tali attori regionali sono pronti, almeno all’apparenza, a fare fronte comune nel caso di progetti americani volti a creare instabilità nell’area.

Allo stesso tempo, tale campagna salva i negoziati di Astana (intrapresi per stabilizzare la regione, essi vedono protagonisti turchi e iraniani sotto l’egida russa), i quali sarebbero saltati se Erdogan avesse difeso apertamente Idlib o se questa fosse stata liberata da siriani e iraniani “contro” la Turchia.

A rimetterci, per ora, sono i curdi: hanno fatto accordi con tutti in questa guerra. Da ultimo con Washington, che ora non sembra molto partecipe della sorte di Afrin, anzi.

Dal canto suo Putin sta tentando ancora di trovare un accordo con loro, nella speranza di creare una riconciliazione tra questi e Damasco nell’ambito di un Siria Federale (proposta peraltro che ha avanzato anche Damasco).

Li ha invitati ai negoziati di Sochi che si terranno a fine mese. Vedremo chi sceglieranno, se Washington o Mosca. Ad oggi si preparano a resistere ai turchi. Sono agguerriti e ben equipaggiati. Ankara non avrà vita facile.

Tale escalation si poteva evitare, come si potevano evitare altre morti in questo tormentato teatro di guerra. Ma l’annuncio americano ha cambiato tutto. La lotta continua.

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