18 gennaio

Di pax olimpica e petroliere in fiamme

L’accordo olimpico raggiunto tra le due coree per una comune, seppur limitata, partecipazione alle Olimpiadi (vedi Piccolenote), ha regalato al mondo un momento, seppur effimero, di serenità, fendendo le nebbie del mondo.

Per un momento, infatti, ha dilatato le nebulosità alte e globali, attenuando i venti di guerra che dall’America rafforzano verso la sventurata penisola incrociandosi con quelli che da questa spirano. Ma anche le foschie più basse, quelle ristrette all’Estremo oriente.

Non ci riferiamo alla distensione tra le Coree divise da rivalità annose, ma ad altro. La pax olimpica giunge infatti a due giorni di distanza dall’incendio che ha divorato e precipitato nel profondo una petroliera iraniana, colpita e affondata nel mar della Cina meridionale da un cargo panamense partito da Hong Kong.

Una disgrazia, pare, anche se incerte ne sono le cause. Che per diversi e distinti motivi assume valore simbolico se vista sotto un profilo geopolitico più ampio.

Anzitutto perché è avvenuta subito dopo il rinnovo dell’accordo sul nucleare iraniano deciso da Trump sul finire della scorsa settimana (su Piccolenote).

Così, per l’Iran, al sospiro di sollievo succede di presso l’incendio lontano. Una tragedia che ricorda a Teheran come il commercio e l’agibilità globale restino esercizio arduo e complesso alle imprese iraniane. E a rischio imprevisti.

Il fatto che il disastro sia avvenuto nel Mar cinese meridionale suona invece a monito per la Cina, che tale tratto di mare rivendica scontrandosi con i Paesi dell’area e con i più distanti rivali americani.

Uno scontro che vede questi ultimi tentare di contenere Pechino nei propri confini per contrastarne il prorompente sviluppo globale. Da qui anche la necessità di evitargli nuove ricchezze; nello specifico quelle nascoste sotto i fondali di quel tratto di mare, che sono petrolio e gas naturale.

Un contrasto aperto quello tra Washington e Pechino per la sorte di quell’angolo di oceano. Che non ha impedito al Dragone di fissare le proprie bandierine su un’area così strategica e così prossima alle sue sponde.

Da tempo, infatti, ci costruisce sopra isole artificiali, che inzeppa di missili e difese anti-aeree. Per dilatare in maniera altrettanto artificiale la proiezione naturale dei propri confini, ampliando così la zona di sicurezza e il suo spazio vitale.

Da qui le ragioni per cui quella petroliera in fiamme suona come una sorta di monito ai cinesi: nonostante le loro isole di cemento armato, e nonostante le difese che vi sono inzeppate, per Pechino controllare quel mare resterà esercizio arduo e complesso.

Due criticità insomma, che si sommano e si intrecciano nella stessa disgrazia. Che vede sprofondare nell’abisso una nave e suoi poveri naviganti, trentadue gli annegati. E prospettarsi un disastro ecologico che proprio i cinesi dovranno evitare se vogliono tenere pulite le “loro” acque.

Insomma, una tragedia marina dai tanti e nefasti rimandi simbolici, non meno cupi del disastro reale. Un fumo vischioso, come quello causato dal petrolio incendiato sul mare. Che la fiamma della pace olimpica aiuta un po’ a diradare.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page
20 febbraio

Afrin

per sostenere il piccolenote