4 gennaio

Di narrative e di Iran

Nel commentare le proteste che stanno attraversando l’Iran certa narrativa mediatica si concentra sulla povertà diffusa nel Paese: sarebbe infatti la scandalosa sperequazione economica frutto dal retrivo regime di Teheran la causa della rivolta.

Come cenno esemplare di tale narrativa riportiamo parte dell’articolo di Viviana Mazza pubblicato sul Corriere della Sera di oggi, che descrive scandalizzata le «profonde diseguaglianze di una società dove c’è chi gira in Maserati mentre un terzo della popolazione vive sotto la soglia della povertà».

Cenno che evidenzia certo attutimento del senso del ridicolo. Solo alcuni giorni fa, un report di Oxfam, autorevole ong britannica, ha evidenziato come 8 ricchi posseggono il patrimonio di 3.6 miliardi di persone che vivono su questo mondo. Non sono iraniani.

L’altra classifica uscita in questi giorni, stavolta di Forbes, individua i 500 uomini più ricchi del mondo, che hanno cumulato cifre da capogiro (cliccare qui). Nessun iraniano.

Si tratta di una classifica approssimativa al ribasso, dal momento che mette in evidenza i patrimoni personali, non le disponibilità, che sono altra cosa. Per fare un esempio, non vi compaiono i Rothschild, al cui confronto il primo della lista, Jeff Bezos, è un pezzente.

Al di là del particolare, Forbes indica che quest’anno tali miliardari hanno incrementato il loro patrimonio del 23%. Ciò avviene mentre la popolazione mondiale è ancora stretta della morsa di una durissima crisi economica.

Questa tragica sperequazione economica, che è sistema e non certo casuale, a quanto pare fa meno scandalizzare delle disuguaglianze vigenti in Iran…

Si potrebbe obiettare che lo scandalo sta nel fatto che quella sperequazione è conseguenza di un indebito abuso del potere religioso e non è frutto del Mercato.

Un’obiezione che non tiene conto, né può farlo, del particolare che la sperequazione creata dalla Finanza globale è frutto di un altrettanto indebito abuso religioso, quello del Credo finanziario, che si è fatto religione e religione invasiva, tanto che si aderisce ai suoi dogmi, tra cui quello della neutralità del Mercato, senza neppure accorgersene.

Non vogliamo con ciò banalizzare il problema della povertà iraniana, né descrivere Teheran come un paese di Bengodi, soltanto inquadrare la situazione iraniana in un’ottica un po’ meno ingenua, che tiene conto che il mondo è fatto di ricchi e poveri, a Teheran come altrove.

E che le colpe del governo iraniano in tal senso sono diverse ma anche simili a quelle altrui.

Va inoltre tenuto conto che l’Iran si è impoverito anche per le guerre in Iraq e Siria, che hanno drenato non poche delle sue già relative risorse. Guerre realizzate per contrastare l’Isis, al Qaeda e le altre bande jihadiste scatenate nei due Paesi, molte delle quali sponsorizzate dall’Occidente e dai sauditi.

Un’azione di contrasto al terrorismo attuata per il proprio interesse, certo, ché Teheran paventava, non a torto, la destabilizzazione dell’area e di ritrovarsi gli agenti del Terrore ai propri confini.

Si dimentica con troppa facilità che tali guerre hanno fruttato conseguenze positive all’Occidente, stante che i suddetti agenti hanno portato il Terrore anche nei nostri confini.

Un particolare che forse occorrerebbe tener presente quando si imputa a Teheran la colpa di aver affamato la sua gente, in particolare se si tiene conto con quanta foga tanti leader occidentali si sono spesi in favore delle bande armate jihadiste.

E ancora, oggi sui media italiani appaiono denunce contro il perverso sessismo di Teheran, un regime retrivo che obbliga le donne a mettere il velo e impone loro dolorose restrizioni.

Ne scrive Dacia Maraini sul Corriere della Sera, che in un articolo ispirato, dal titolo “Quell’immagine è come una spada”, descrive l’eroicità della ragazza iraniana diventata icona grazie a una foto virale che la immortala mentre sventola il velo (peraltro obbligatorio non solo a Teheran) in segno di protesta.

Narrazione che viene riecheggiata in un editoriale della Stampa di Linda Laura Sabbadini, dal titolo più che eloquente: “Iran, difendiamo la libertà delle donne”.

Non si tratta di schierarci in favore del velo o meno, peraltro diffuso in tutto l’islam, ma osservare che la battaglia ingaggiata dalle due croniste lascia perplessi.

Non si capisce infatti perché indirizzare strali solo contro Teheran e non contro l’Arabia Saudita, che sta diffondendo in tutto il mondo arabo (e altrove) un islam wahabita molto più restrittivo per le donne (tra cui, in alcune zone, il famigerato Burqa).

Né va dimenticato che in Iran le donne possono far politica e arrivare al Parlamento (vedi l’Osservatore romano), cosa non permessa altrove nel mondo arabo.

Peraltro tale narrazione stride contro la realtà dei fatti di una protesta guidata dagli ultraconservatori, come ad esempio Mahmud Ahmadinejad, strenuo assertore di un islam più integralista (vedi Piccolenote).

Vedere le foto dei festeggiamenti di alcune donne al momento della vittoria elettorale del presidente Rouhani (vedi foto che accompagna la nota), principale bersaglio dell’attuale protesta, dovrebbe forse invece far sperare che egli riesca a portare avanti il cammino delle riforme, che proprio gli ultra-conservatori di cui Ahmadinejad è esponente hanno frenato e sperano di far deragliare per sempre.

D’altronde basta pensare a quanto successe in Egitto, dove i moti di piazza Tharir, una rivoluzione nata nell’ambito della Primavera araba e che si ammantava di istanze libertarie, hanno portato al potere la Fratellanza musulmana, che di libertario aveva pochino.

Al di là dei particolari, si ha l’impressione che nei confronti dell’Iran stia montando una narrazione alquanto parziale che al di là delle buona fede dei singoli cronisti sembra funzionale alla sua demonizzazione.

A Saddam Hussein, a Gheddafi e ad Assad, per fare alcuni nomi non a caso, analoghe attenzioni hanno portato sfortuna.

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