3 gennaio

Iran, la protesta per ora è circoscritta

«Inizialmente i manifestanti urlavano slogan contro Rouhani. Ma già il secondo giorno gli slogan erano cambiati. L’impressione è che altri, forse dall’estero, abbiano provocato le proteste in altre città».

«Dopotutto le autorità saudite avevano preannunciato un intervento in Iran. Per questo domenica il presidente Rouhani ha fatto riferimento agli agenti stranieri che avrebbero appoggiato i manifestanti, anche con denaro». Questa la testimonianza di Jamileh Kadivar, pubblicata dal Corriere della Sera il 2 gennaio.

Il riferimento alle autorità saudite dell’intervistata sembra richiamare quanto affermato dal principe Mohamed bin Salman nel maggio scorso: «Non aspetteremo che la battaglia arrivi in Arabia Saudita, lavoreremo in modo che avvenga in Iran» (vedi Il Guardian).

La Kadivar, oggi in esilio a Londra, è stata un esponente di spicco del movimento Verde, quello che ha innescato la rivoluzione riformista nel 2009 repressa nel sangue dall’allora presidente Mahmud Ahmadinejad.

La donna accenna al fatto che le proteste il primo giorno sarebbero nate spontaneamente, contro il carovita e la mancanza di lavoro. E conferma quanto indicano un po’ tutti, che è iniziata a Mashad.

La circostanza che Mashad è la città feudo di Ibrahim Raisi, pupillo del leader dell’ultradestra Ahmadinejad e strenuo oppositore di Rouhani, dà al particolare un significato alquanto diverso. Ne abbiamo accennato in altra nota (cliccare qui).

Interessante anche il ruolo svolto dei social network nella circostanza. «Amad News, un canale legato a Telegram, sembra aver svolto un ruolo fondamentale nell’ondata di proteste», scrive Mohammad Alì Sabbhani su al Monitor, spiegando che i messaggi su questo e altri social network, ad esempio Instagram, hanno avuto «un’impennata» durante le manifestazioni. Da qui la loro chiusura da parte delle autorità.

E accenna: «Mentre il metodo di mobilitazione sta diventando chiaro, è ancora sconosciuto chi, un singolo o un gruppo, sta guidando le proteste». Si tratta di metodi ben noti, basta  pensare al ruolo fondamentale avuto dai social network durante la Primavera araba.

Indicativo che gli Stati Uniti abbiano protestato per la chiusura di tali social, chiedendone l’immediata riapertura (cliccare qui).

Ma al di là del particolare, va sottolineato che il movimento Verde, a carattere riformista, ha preso le distanze dai manifestanti di oggi, come dimostra l’intervista della Kadivar o come dettaglia in modo articolato un altro articolo di al Monitor, a firma Saeid Jafari.

Sulla Repubblica di oggi il noto politologo Vali Nasr fa notare anche che le proteste hanno una dimensione alquanto limitata rispetto ai moti suscitati allora dal movimento Verde. Sono concentrati nelle piccole città, e vedono protagonisti i «tanti sostenitori di Ahmadinejad, che aveva profuso sussidi senza curarsi di far galoppare l’inflazione». Mentre le grandi città, Teheran e Tabriz, non sono state toccate.

Detto questo i morti pare che purtroppo siano una ventina, tra manifestanti e civili e agenti di polizia da loro uccisi. Ad oggi però  la Guardia Repubblicana, la più importante forza di sicurezza del Paese, si è limitata a organizzare manifestazioni popolari di segno contrario. E in un comunicato ha spiegato che non c’è bisogno di un loro intervento perché la situazione sarebbe sotto controllo.

Dichiarazione importante: per ora, nonostante siano state arrestate centinaia di persone, l’uso della forza da parte del governo resta contenuto.

A frenare in tal senso soprattutto il presidente Rouhani (e le forze che lo sostengono), che sta tentando di venire a capo della situazione attraverso mezzi politici. L’apertura di un tavolo di dialogo con i manifestanti si situa in tale prospettiva.

Se riesce nel suo intento, Rouhani potrebbe addirittura uscire rafforzato dalla situazione, dal momento che essa potrebbe favorire lo sblocco della spinta riformista che lo ha portato alla presidenza (frenata da circostanze esterne – guerra in Iraq e Siria, mancato ritorno dell’accordo sul nucleare iraniano – e dalle manovre dei suoi oppositori interni).

L’esplodere della protesta ha avuto inoltre l’esito di procrastinare la visita del ministro degli Esteri francese in Iran prevista per la fine di questa settimana, di importante rilievo per il futuro di Teheran (e non solo).

Una decisione presa nel corso di un colloquio tra Rouhani e il suo omologo francese Emmanuel Macron, il quale però ha ribadito la sua intenzione di allacciare rapporti di alto livello con Teheran.

Una disposizione che lo vede porsi come interlocutore super partes dei vari attori regionali del Medio oriente, come spiega il politologo Dominique Moïsi sul Corriere della Sera di oggi.

Quel che sta avvenendo in Iran, abbiamo accennato, ricalca quanto avvenuto nel corso delle Primavere arabe, che hanno visto la nascita di movimenti di protesta innescati facendo leva e cavalcando un malcontento reale della popolazione di diversi Paesi (Libia, Siria, Egitto, Tunisia), allo scopo di aprire spazi di manovra e opportunità di regime-change ad attori esterni, occidentali e regionali.

Ma quelle manifestazioni furono ben organizzate e altrettanto ben pianificate, quella iraniana sembra più improvvisata. Da qui il carattere (ad oggi) limitato.

Ricorrendo a un paragone recente, essa ricorda, mutatitis mutandis, l’altrettanto improvvisata operazione di destabilizzazione del Libano attuata dall’improvvido principe saudita Mohamed bin Salman attraverso il rapimento e le “dimissioni” forzate del primo ministro del Paese dei cedri (vedi Piccolenote).

E come quella, anche l’improvvisata rivolta iraniana sembra nascere alquanto spuntata. Il sito israeliano Debkafile spiega che dopo i primi giorni di apprensione il governo di Teheran sembra più fiducioso nell’approccio a tale criticità.

Indice di tale fiducia il fatto di non essere ricorso alla violenza. Ha lasciato fare. Solo che quando i “ribelli” giungevano nei luoghi indicati come punti di raccolta per dare avvio a manifestazioni, vi trovavano già i sostenitori del governo, e più numerosi di loro…

Lo sciopero generale indetto per ieri è fallito (particolare non riportato da nessun media italiano), prosegue Debka. E se venerdì, giorno di preghiera ideale allo scopo, non verrà riaccesa la miccia della protesta, vorrà dire che essa è stata sedata. Da seguire.

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