2 gennaio

Iran: rischio Tiennanmen

L’Iran è scosso da un’ondata di proteste. Sarebbero decine i morti di una rivolta scoppiata in questi giorni.

Un sisma che destabilizza il Paese proprio nel momento in cui si erge a vincitore della Grande Guerra che da anni imperversa nel Medio Oriente, avendo fornito a Iraq e Siria un aiuto fondamentale per eradicare le bande jihadiste scatenate dentro i loro confini e allargando così la sua area di influenza, che ora arriva al Mediterraneo.

Una guerra durissima, necessitata dall’esigenza di aiutare Paesi alleati, ma anche per evitare che la peste jihadista arrivasse a minacciare Teheran, obiettivo finale del suo attivismo.

Come è stato evidente, tra l’altro, il 17 ottobre scorso, quando l’Isis ha attaccato addirittura il Parlamento iraniano (vedi Piccolenote).

Oggi la prova più difficile. Le autorità iraniane accusano i suoi nemici esterni di fomentare e organizzare tali proteste. Con certo fondamento: non è un segreto che le Primavere arabe e la recente ondata di jihadisti riversatisi nei confini iracheno-siriani abbiano avuto sponsor internazionali.

Una spinta che ha trovato terreno fertile in un malcontento popolare diffuso, dal momento che la situazione economica del Paese non è certo prospera.

Dopo anni di sanzioni internazionali, l’apertura al mondo all’accordo sul nucleare realizzato con gli Stati Uniti non ha avuto lo sperato effetto volano, stante la diffidenza sulla tenuta dello stesso in ambito internazionale.

Diffidenza peraltro fondata: Trump ha denunciato l’accordo, che ora è al vaglio del Congresso americano che potrebbe affossarlo del tutto.

Non solo il mancato ritorno dell’accordo suddetto: sebbene l’Iran al momento risulta vincitore della Grande Guerra mediorientale, tale successo ha comportato un ingente dispendio di risorse.

Risorse che continuano a essere impegnate per sostenere i governi iracheni e siriani e le milizie iraniane dislocate in tali Paesi.

Proprio tale dispendio di risorse è a tema delle proteste attuali. Il più diffuso slogan dei manifestanti è «No Gaza, no Libano, no Siria, la nostra vita è per l’Iran!”», come riporta Vincenzo Nigro sulla Repubblica del 1° gennaio.

Slogan che coincidono con le richieste degli avversari di Teheran in Medio Oriente e in Occidente, che appunto chiedono (e sottotraccia operano per) un ridimensionamento dell’influenza iraniana tra i palestinesi, nel Libano e nella Siria.

Stranamente tale slogan non menziona l’Iraq, che pure attrae più soldi iraniani che non il il Paese dei Cedri. La spiegazione di tale anomalia potrebbe risiedere nel fatto che parte delle milizie sciite iraniane ivi operative sono egemonizzare dal chierico Moqtada al Sadr, che sta giocando un gioco tutto suo.

Da tempo leader dell’esercito del Mahdi, movimento armato sciita molto influente nel Paese, egli ha abbracciato la causa di un nazionalismo revanscista che cerca (e trova) consenso nella minoranza sunnita, rivendicando la guida del Paese e il ridimensionamento dell’influenza iraniana.

Rivendicazioni che sono sfociate in proteste di piazza contro la corruzione e la chiusura del governo di Baghdad identiche a quelle che stanno avvenendo in Iran. Da questo punto di vista quanto avvenuto in Iraq sembra sia stato una sorta di laboratorio nel quale si è sperimentato quanto poi esportato a Teheran.

Un gioco spregiudicato quello di Al Sadr, che ha trovato addirittura un esplicito asse nel giovane principe ereditario saudita Mohamed bin Salman, acerrimo nemico di Teheran (vedi Piccolenote).

L’interesse delle giravolte di Moqata al Sadr sta anche nella sua origine: egli è un chierico, e la sua formazione e la sua collocazione lo pone nell’ambito dei conservatori, e dei più estremi e fondamentalisti tra questi, basti pensare che il suo esercito mutua il suo appellativo da una figura escatologica dell’islamismo sciita (il Mahdi è una sorta di messia degli ultimi giorni).

Così anche le attuali proteste iraniane, seppure appaiano di stampo “progressivo”, sono sostenute dalla destra conservatrice più retriva.

Infatti, i manifestanti chiedono lavoro e prosperità, accusando il governo di corruzione e chiusura. Ricalcando in questo gli stereotipi che da tempo accompagnano la narrativa occidentale riguardo l’Iran (rivendicazioni peraltro usuali anche nelle Primavere arabe sostenute dall’Occidente).

In realtà, appunto, a soffiare sul fuoco sono gli ambiti conservatori, come scrive ancora Vincenzo Nigro, spiegando che la rivolta, come risulta a tanti analisti, «è esplosa a Mashhad, una delle città sante degli sciiti».

Mashhad, continua il cronista della Repubblica, «è la città di Ibrahim Raisi, il religioso che nelle elezioni del maggio scorso fu lo sfidante conservatore di Rouhani. E Mashhad è anche uno dei bastioni dell’ex presidente Ahmud Ahmadinejad, un leader populista che la stessa guida suprema Ali Khamenei è stata costretta a frenare nelle sue mosse politiche».

Già, ancora Ahmadinejad, l’ex leader iraniano che a ogni pie’ sospinto sosteneva la necessità di incenerire Israele.

Da questo punto di vista appare alquanto bizzarro il senso dell’Occidente per le proteste, esplicitato in questi giorni da Trump che le ha abbracciate e sostenute con mal riposto entusiasmo.

Pur di mettere in crisi un governo inviso si fa il gioco della destra più retriva e per anni indicata dallo stesso Occidente come nemica esistenziale di Israele.

Un gioco oscuro e al ribasso. Il presidente Rouhani ha protestato contro le ingerenze straniere a sostegno della ribellione, che a detta delle autorità iraniane, non sono solo verbali (difficile dargli torto).

Il rischio è che le proteste si infiammino ulteriormente e il governo ricorra alla repressione. Come d’altronde spera la destra ultraconservatrice, che se da una parte sostiene sottotraccia i manifestanti, dall’altra spinge per un intervento più deciso contro la rivolta, usando della destabilizzazione per accusare il governo di debolezza.

Il moderato Rouhani è costretto a un gioco di equilibrismi. Se cede alla repressione sarà una catastrofe, non solo umanitaria. Rouhani parteciperà della sorte di Assad: bollato come macellaio sarà bandito dal consesso internazionale e preda dei suoi nemici interni.

Peraltro la repressione cruenta attirerebbe sanzioni internazionali. In questo modo l’accordo sul nucleare che ha aperto l’Iran al mondo salterebbe automaticamente, senza dover attendere il responso sul punto del Congresso americano.

Rouhani ha tentato di aprire alle richieste dei manifestanti. Ma ha ribadito che non verranno tollerati ulteriori atti di violenza. Un gioco di equilibrismi, appunto.

L’Iran si trova in una situazione simile a quella della Cina del 1989. Allora la rivolta e la dura repressione di piazza Tiennanmen la chiusero al mondo per decenni. Rouhani deve evitare di cadere nella trappola, ma allo stesso tempo dare rassicurazioni sul controllo del Paese. Situazione difficile.

Senza contare che tutto ciò accade, non certo per caso, proprio mentre la Grande Guerra mediorientale, come accennavamo all’inizio dell’articolo, si trova a uno snodo cruciale. La criticità che attraversa l’Iran non mancherà di avere effetti nel teatro di guerra regionale.

D’altronde il vice-presidente Joe Biden l’aveva detto esplicitamente due anni fa: i nemici di Teheran sperano in un regime-change iraniano (cliccare qui). Difficile accada: l’Iran non è la Siria.  Ma ai tanti avversari dell’Iran andrebbe bene anche uno sviluppo in stile Tiennanmen.

Ripiomberebbe l’Iran nell’oscurità, rendendolo il Nemico perfetto della comunità internazionale. Un Paese sul quale sarà più facile far piovere bombe, o la Bomba, come da tempo auspicano i neocon.

Ps. La protesta iraniana ha spostato l’attenzione internazionale dalle manifestazioni che da un mese si susseguono in Palestina per la sorte di Gerusalemme, che finora sono costate 14 morti. Una conseguenza che in America e altrove non deve essere dispiaciuta affatto…

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