22 dicembre

Delle elezioni catalane

Rajoy e Puigdemont

Il voto in Catalogna ha riproposto l’assetto politico precedente alla dichiarazione di indipendenza. Con un’unica eccezione: il crollo del Ppe a favore dei più identitari ciudadanos.

Mariano Rajoy sembra dunque aver giocato male le sue carte, consegnando ad altri la bandiera dell’unionismo che pure ha fatto garrire al vento della tempesta. Un errore di strategia che però non lo tange più di tanto.

Come spiega Enrique Vila-Matas sul Corriere della Sera di oggi, i popolari hanno perso «voti in Catalogna, ma ne guadagneranno di più nel resto della Spagna». Che poi era ciò che più interessava al primo ministro spagnolo.

Ha vinto anche Carles Puigdemont, la cui proposta ha attratto più consensi dell’altra forza indipendentista rappresentata dai repubblicani. Anche se ferme al 48% saranno presumibilmente queste due forze politiche a ritornare al governo della Generalitat.

Insomma, tutto è cambiato, ma nulla è cambiato. Eppure il tempo e le vicissitudini di questi mesi nei quali si è consumato il conflitto catalano sembrano aver attutito le asperità.

Rajoy ha aperto al negoziato, giocando di anticipo rispetto ai suoi avversari. Anche se appare bizzarra la sua idea di intavolare un dialogo tramite Ines Arrimadas, il leader catalano di ciudadanos, che pur essendo primo partito non sembra destinato al governo.

Comunque è un inizio, dopo tante battaglie. Che può incontrarsi con le aperture analoghe fatte da Puigdemont. Sembra dunque che si possa andare a una trattativa, anche perché tutti sono consapevoli che difficilmente la nazione potrà sostenere altre lotte intestine.

Resta da vedere come andrà a dispiegarsi, sempre che le prime aperture abbiano un seguito reale. Ma certo il governo spagnolo resterà fermo nel suo rifiuto netto dell’indipendenza. Così l’unica strada percorribile resta il ripristino di quelle autonomie al tempo defalcate su pressione del Ppe.

Interessante un altro commento di Enrique Vila-Matas, che riferendosi a Jordi Pujol, per anni leader incontrastato della Catalogna autonoma, spiega come egli fosse «pragmatico e realista». Ecco, se qualcosa è mancato in questo conflitto è proprio il pragmatismo e il realismo.

Chiusi nelle loro convinzioni, i duellanti – Rajoy e Puigdemont – hanno dato vita a un confronto ideale tra le ragioni dell’unione e quelle dell’indipendenza che ha quasi incenerito la Spagna.

Ragioni ideali che pure si mescolavano a ragioni meno alte: il primo era convinto che la sua postura irriducibile consegnasse al Ppe, come sembra avvenuto nel resto del Paese, consensi prima insperati; il secondo che il precipitare dello scontro consegnasse alla causa indipendentista ulteriori simpatie locali e internazionali.

Insomma, un mix di basso calcolo politico e alte ragioni ideali ha fatto sì che lo scontro dilatasse oltremisura. Si spera, per riprendere il cenno di Vila-Matas, che il realismo e il pragmatismo abbiano finalmente avuto la meglio sulle ragioni pregresse.

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