19 dicembre

Hamas non vuole un’escalation a Gaza

Ieri avevamo scritto che a Gaza sta avvenendo una lotta intestina che vede il movimento di Hamas opporsi ai miliziani della Jihad islamica. Sono questi ultimi a lanciare razzi contro Israele che, oltre a procurare paura nella popolazione civile, provocano le reazioni di Tel Aviv, che ha più volte inviato i suoi jet a bombardare la Striscia di Gaza.

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato israeliano da parte di Trump ha provocato critiche in ambito internazionale e rabbia nei Paesi arabi. E una dura protesta da parte dei palestinesi (una decina morti finora).

Il lancio dei missili è iniziato proprio in tale contesto, affiancando la protesta palestinese e dando a essa una valenza militare che non avrebbe, stante che anche la più dura fazione palestinese, Hamas, considerata terrorista dalla comunità internazionale, ha evitato di impegnarsi a tale livello.

Il giornale Haaretz di oggi, in un articolo a firma di Amos Harel, spiega come Hamas stia ricercando e arrestando i militanti della jihad islamica, da tempo incistata a Gaza, in quanto colpevoli del nefasto lancio missilistico.

E abbia inviato a Israele «messaggi» tesi a ribadire che «non cerca un’escalation». Una situazione chiara anche al ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, che ha dichiarato che occorre attribuire il lancio dei vettori a «lotte intestine tra i gruppi terroristici rivali della Striscia di Gaza».

Nonostante questa dichiarazione, Lieberman non può permettersi di non rispondere ai colpi. Forti sono le spinte in tal senso, dal momento che sia in ambito politico che militare Hamas è accusata di connivenza con la Jihad islamica e di non prevenire tale lancio.

Da qui una serie di raid contro obiettivi di Hamas dentro la Striscia. Ad oggi è ancora una risposta limitata, anche se ha già mietuto le sue vittime. Ma la situazione può precipitare.

Tanto più che in Israele c’è chi pensa sia giunto il momento di chiudere definitivamente il capitolo riguardante la “minaccia di Hamas”.

Tale organizzazione armata è ritenuta particolarmente pericolosa perché ha realizzato una serie di tunnel sotterranei che si allungano verso Israele.

Un escamotage bellico che preoccupa la sicurezza israeliana, che vede in tal modo eroso il vantaggio dell’assoluto controllo dei cieli.

Tanto che ha ingaggiato una vera e propria guerra per i tunnel. Alcuni li ha individuati e distrutti, con annessi miliziani all’interno, ma soprattutto ha intrapreso una campagna volta a neutralizzare la minaccia.

Allo scopo ha speso ben un miliardo di dollari per costruire una barriera sotterranea ai confini con la Striscia, e ha acquisito sofisticate tecnologie per individuare i tunnel.

C’è un ambito politico e militare israeliano che immagina sia giunto il momento di mettere a frutto il vantaggio acquisito in questi anni con un attacco decisivo e risolutorio contro Hamas.

Peraltro una guerra a Gaza potrebbe essere ben spesa in ambito politico. Netanyahu, in particolare, potrebbe reputare che un successo militare possa far passare in secondo piano le inchieste della magistratura che lo perseguitano.

La Jihad islamica che alligna nella Striscia di Gaza sta fornendo una giustificazione decisiva all’opzione bellica. Se la situazione collassa ne ha tutto da guadagnare. Sta infatti giocando un gioco al massacro tutto suo, offrendosi ai disperati di Gaza come alternativa dura e pura ai più accomodanti dirigenti di Hamas.

Questi ultimi sono seriamente preoccupati. Non solo di perdere consensi, importanti anche in vista delle prossime elezioni politiche che potrebbero tenersi nel 2018.

Quanto di perdere nuovamente il treno dell’unità palestinese, faticosamente conseguita con l’accordo con la rivale fazione di Fatah, alla quale sta gradualmente cedendo il controllo della Striscia (vedi Piccolenote).

Un nuovo scontro con Israele può appunto mandare in frantumi tutto. È un equilibrio precario. Che alcuni stanno minando a proprio vantaggio. Il rischio di una nuova mattanza a Gaza è alto.

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