18 dicembre

Hamas non vuole la guerra con Israele

Immagine di repertorio della guerra di Gaza

Israele ha bombardato un campo di addestramento di Hamas. Un raid che segue quello del 9 dicembre, contro lo stesso movimento islamico (due le vittime allora). Tel Aviv ha spiegato che si tratta di una risposta ai lanci di razzi dalla Striscia di Gaza, avvenuti in questi giorni di rabbia palestinese a seguito dell’annuncio dello spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme.

In un articolo di al Monitor, Shalom Eldar spiega che, secondo fonti della sicurezza israeliana, i missili contro il territorio israeliano sarebbero stati lanciati dalla Jhad islamica, un’altra organizzazione islamista presente a Gaza, molto attiva in questi giorni e «in contrasto con Hamas, che al momento ha scelto un ruolo prevalentemente passivo per quanto riguarda la proclamazione di Gerusalemme».

Peraltro occorre tener presente che «Hamas vede le organizzazioni salafite [la jihad islamica ndr.] come una vera e propria minaccia per la sovranità di Hamas e per governare Gaza». Tra le due organizzazioni c’è un’alleanza di tipo militare, spiega Heldar, e spesso, durante le crisi agiscono in coordinato disposto. Ma non sarebbe questo il caso.
«La proclamazione di Gerusalemme [come capitale di Israele ndr.] da parte di Trump ha interrotto la tacita intesa tra i due gruppi e ha rinnovato la loro guerra per ottenere i favori dell’opinione pubblica della Striscia di Gaza», aggiunge Eldar.

«Mentre la Jihad islamica considera gli sviluppi un’opportunità per assumere il comando della lotta palestinese», secondo il cronista israeliano Hamas si troverebbe invece in forte imbarazzo.

«Da un lato, vuole evitare una guerra a tutto campo con Israele, e dall’altro non vuole che l’opinione pubblica palestinese reputi che Hamas abbia rinunciato a Gerusalemme – e addirittura impedisca ad altre organizzazioni di vendicarsi».

«Sarebbe un marchio di infamia che Hamas non può permettersi, e questo potrebbe essere il motivo per cui i razzi lanciati in Israele questa settimana sono stati probabilmente portati a termine con il tacito accordo di Hamas».

La Striscia di Gaza, insomma, è teatro di una guerra fratricida. Dove quelli di Hamas, secondo i servizi di informazione israeliani, sono più vittime dell’attivismo altrui che altro.

Non che Hamas si sia trasformato d’incanto in una congrega di educande: alti e forti e anche fuori dalle righe sono state le rivendicazioni dei suoi leader in questi giorni roventi (nei quali hanno perso la vita quattro palestinesi, occorre ricordarlo).

Eppure Hamas sta tentando di evitare le vie militari, anche per non mandare a monte l’accordo con l’Anp faticosamente raggiunto il mese scorso.

Colpendo Hamas e non la jihad islamica, Israele non solo aiuta la prima contro la seconda, ma rende sempre più insostenibile per Hamas conservare una linea meno aggressiva.

Non sappiamo se quanto sta avvenendo risponde a una strategia israeliana volta a drammatizzare il conflitto o se semplicemente gli obiettivi di Hamas sono di più facile portata. Resta che qualcosa non torna.

Ma al di là dell’aspetto militare della vicenda, l’annunciato spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme vede una subitanea risposta di Recep Erdogan, che ha colto al volo l’occasione offertagli da Trump per rilanciare la propria immagine di paladino della causa palestinese nel mondo arabo.

Di ieri l’annuncio di una prossima apertura di un’ambasciata turca a Gerusalemme Est, che è stata dichiarata capitale della Palestina nel vertice dell’Organizzazione della cooperazione islamica.

Una mossa velleitaria, ché sarà davvero difficile per il presidente turco realizzare quanto annunciato. Ma che serve a Erdogan per accreditarsi ancora di più nel mondo islamico e dà l’idea del caos che scatenerebbe nel mondo arabo la realizzazione dell’opposto enunciato da Trump.

Intrico davvero difficile da sbrogliare. A complicare le cose il fatto che si navighi a vista: al momento attorno al caos mediorientale i vari attori regionali muovono le loro pedine secondo una strategia a corto raggio e senza un minimo di raccordo.

Una serie mosse e contromosse, azione e reazione, del tutto casuale. Il risultato è un caos del quale sarà sempre più difficile uscire. E che rischia di provocare incidenti irreparabili.

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