18 dicembre

Pink Floyd, Echoes

Massimo Quattrucci

Nessuno mi canta ninne nanne,

e nessuno mi fa chiudere gli occhi,

così spalanco la finestra

e grido il tuo nome fino al cielo.

Fino a qualche mese fa, scorrendo la lunga discografia dei Pink Floyd, piena di album meravigliosi e diversissimi l’uno dall’altro, ho sempre avuto la sensazione che mancasse qualcosa.

Qualcosa di importante e di bellissimo che avevo sentito anni fa.

I Pink Floyd nascono a Londra nel 1965, anno straordinario per la musica contemporanea: Beatles, Rolling Stones, Who, Dylan, Byrds fanno uscire alcuni dei loro album migliori e tanti importanti gruppi vedono la nascita: Jefferson Airplane, Grateful Dead, Doors, Ten Years After, Quicksilver Messenger Service.

Proprio in questo anno quattro studenti di architettura danno il via ad uno dei gruppi più importanti della storia della musica rock. Per la scelta del nome del gruppo si fanno ispirare dalla loro grande passione per il blues, padre di buona parte della musica popolare moderna.

Il nome Pink Floyd nasce infatti dall’unione dei nomi di due vecchi bluesman, Pink Anderson e Floyd Council, cantanti e chitarristi ormai quasi dimenticati dell’inizio del ‘900. I loro canti si possono ancora ascoltare, ma con registrazioni di non grande qualità, tra mille fruscii, voci e suoni lontani, veri e propri moderni reperti archeologici.

Ma allora cos’è che mancava nella discografia dei Pink Floyd? Non è un disco. È la colonna sonora di un film, o meglio di un concerto, o meglio ancora di un documentario: Pink Floyd a Pompei.

Nel 1971 tra l’uscita del particolare e bellissimo Atom heart mother (quello con le mucche in copertina) e quella dell’ottimo Meddle, i Pink Floyd (o chi per loro) pensano che le loro musiche possano essere il perfetto accompagnamento sonoro ad immagini di capolavori d’arte.

Il sito archeologico di Pompei e il suo anfiteatro vengono così scelti come scenario per accoglierli. In sei giorni (che poi saranno solo quattro di riprese) tra mille problemi tecnici e le difficoltà derivanti dal trasloco dell’intero apparato acustico da concerto del gruppo, vengono registrati dal vivo, ma senza pubblico, sei brani.

Sono tutte musiche (perché proprio di musiche si tratta, brani lunghi diversi minuti, non canzoni di quattro o cinque minuti) già conosciute, ma che in questa versione vengono suonate al meglio, come mai prima e come non riusciranno più a fare in seguito.

Questo infatti è il tempo della svolta per il gruppo. È Pompei che fa da punto d’incontro tra l’inizio un po’ beat e psichedelico dei primi album e quello più tecnicamente perfetto e aperto al grande pubblico che seguirà.

Questi Pink Floyd sono un gruppo perfetto che suona una grande e innovativa musica che durerà per decenni e che venderà quasi trecento milioni di dischi in tutto il mondo, e i quattro studenti di architettura lo fanno in perfetto equilibrio musicale tra di loro.

Di queste musiche (tutte meravigliose!) Echoes è il capolavoro assoluto. Un lungo brano di quasi 25 minuti che può essere avvicinato ad una sorta di suite di musica classica pur avendo il fascino dell’improvvisazione, della musica suonata con strumenti moderni per il gusto di suonare, di fare musica insieme. E a che livello!

Attraverso oltre venti parti musicali diverse fuse insieme, ogni strumento contribuisce in maniera perfetta al suono finale. Con la musica (che a volte riecheggia suoni della vita reale tipo il volo degli uccelli) e le parole (scritte da Roger Waters) si raccontano le domande, il desiderio di risposta, le ansie, i pensieri degli uomini. Gli echi. La vita insomma.

Temi ripresi un paio d’anni dopo dal meraviglioso e universale The dark side of the moon.

E c’è una curiosità importante. Echoes contiene nella parte finale una illusione acustica, la scala Shepard, usata (oltre che da Bach e dai Beatles) anche da Hans Zimmer nella colonna sonora del recente Dunkirk per aumentare l’intensità del suono, per descrivere in maniera costante e crescente l’ansia dei soldati in guerra.

Funziona un po’ come le vecchie insegne cilindriche dei barbieri di una volta, dove le strisce bianche, rosse e blu sembrano ruotare all’infinito, ma è solo un’ illusione ottica.

In musica invece si dà la sensazione illusoria che ci sia costantemente un tono musicale che sale senza sosta.

Io non ho assolutamente in simpatia le riedizioni dei dischi che tanto vanno di moda in questi ultimi anni, i “remastered by” che ormai affollano i negozi di musica. Sono prodotti ultra commerciali che ricattano e impoveriscono gli appassionati e che raramente aggiungono qualcosa di davvero interessante alle vecchie edizioni di LP e CD.

Ma tra i tanti lussuosi volumi di materiale raro usciti nel 2016 intitolati Pink Floyd The Early Years, quello del 1972 è veramente una gran cosa! Ci regala per la prima volta e finalmente i Pink Floyd a Pompei in edizione ufficiale, in CD, con un suono assolutamente incredibile, meraviglioso, cristallino. E con Echoes, che nel film è divisa inspiegabilmente in due parti, in versione unita.

Ora nella discografia di questo meraviglioso gruppo non manca davvero più niente. Anche il recentissimo David Gilmour Live at Pompeii lo dimostra. Non ne sentivamo davvero un gran bisogno…

Ecco i momenti più belli di Pink Floyd a Pompei (1971):

Echoes (parte prima) – Echoes (parte seconda) – Careful with that axe, Eugene – Set the controls for the heart of the sun – One of these days – A saucerful of secrets

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page