15 dicembre

Il gioco di specchi globale di Putin

Vladimir Putin ha iniziato la campagna per le presidenziali russe del 2018, il cui esito peraltro è alquanto scontato, con una conferenza stampa. Nell’occasione ha voluto elogiare apertamente Trump per quanto ha fatto per l’America sul piano economico.

Un cenno più che significativo: indica che Putin vuole continuare a tenere aperta la porta del dialogo con il suo omologo americano, anche se ha tenuto a smentire ancora una volta le asserite ingerenze russe nella campagna elettorale Usa.

L’apertura di Putin verso Trump giunge in un momento particolare, nel quale il presidente americano si trova più isolato che mai a seguito dell’improvvido annuncio dello spostamento dell’ambasciata Usa in Israele, destinata a Gerusalemme.

Iniziativa che Putin aveva, come tutto il mondo, criticato. Ma dopo un lungo silenzio. E anche i silenzi, nella geopolitica, hanno il loro peso.

Mossa a sorpresa, quella del presidente russo, che ha avuto come coda una conversazione telefonica tra i due presidenti, che hanno parlato di questioni bilaterali, in particolare della crisi coreana, sopita ma non risolta.

Sembra quindi prendere corpo l’invito a suo tempo avanzato da Trump, che aveva chiesto a Putin di aiutarlo a risolvere tale criticità.

Sul punto qualcosa di muove, e la telefonata di Trump va a confortare le dichiarazioni del suo Segretario di Stato Rex Tillerson,  il quale si è detto disposto a dialogare con Pyongyang «senza precondizioni».

Un’apertura inattesa quella di Tillerson, che ha mandato su tutte le furie i falchi: in un articolo del Washington Post si riportano le sfuriate di non meglio precisati «alti funzionari della Casa Bianca» che avrebbero riferito al giornale che il Segretario di Stato «non ha imparato la lezione dell’ultima volta», quando cioè una pregressa apertura fu stroncata da Trump.

Eppure, da quanto avvenuto ieri, è evidente che non è Trump a contrastare Tillerson, ché anzi sembra affiancarlo, quanto altri, presumibilmente i neocon, tornati alla carica per chiederne lo scalpo.

Tillerson «non può continuare a lavorare a lungo» riferiscono infatti gli anonimi al Washington Post. Quella su Tillerson, più volte dato per dimissionario o licenziato, è una battaglia dura e destinata a durare, stante che egli incarna l’ala più moderata dell’amministrazione, che i neocon vorrebbero prendesse un assetto più assertivo.

Non solo nel ristretto ambito della crisi coreana, ma anche nel più delicato scenario del Medio Oriente. In un suo intervento a Bruxelles infatti, avvenuto il 5 dicembre scorso, Tillerson ha ribadito pubblicamente il suo favore a conservare l’accordo con Teheran, nodo cruciale della questione mediorientale, che altri vorrebbero far saltare (vedi ad esempio un articolo di al Monitor).

Anche sul nodo dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, che sta infiammando il Medio Oriente, Tillerson ha fatto quanto poteva per attutirne la portata dirompente.

Egli ha infatti ribadito in maniera più incisiva quanto già accennato dal presidente Usa, ovvero che la questione cruciale della città santa, cioè la sua divisione in due aree e sovranità distinte, deve essere definita nell’ambito di un dialogo tra palestinesi e israeliani.

Su tale vicenda Putin non si è limitato ai silenzi e alle critiche. Si è infatti ritagliato il ruolo di pompiere, nel tentativo di aggirare lo scontro e trovare un punto di fuga dal vicolo cieco nel quale Trump ha incanalato la questione.

E la via di uscita è una sola: affiancare e dare concretezza a quel cenno ribadito da Tillerson sulla  «divisione» di Gerusalemme.

Da questo punto di vista, il presidente russo sembra sia il principale sponsor dell’attivismo di Recep Erdogan, che ha convocato e guidato un summit straordinario dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) centrato sulla questione Gerusalemme.

In tale sede, oltre ad attaccare in maniera indebita sia Trump che Israele, il presidente turco ha portato l’assemblea a dichiarare Gerusalemme Est capitale della Palestina.

Quella che può sembrare una contrapposizione frontale alla dichiarazione del presidente americano non lo è affatto, dal momento che non è stata rivendicata ai palestinesi la totalità di Gerusalemme, come poteva accadere; al contrario l’enunciato potrebbe dar forma e concretezza, appunto, alla suddetta «divisione» della città santa.

Peraltro tale rivendicazione non poteva che trovare consenso unanime nel mondo arabo, anche da parte di quei Paesi, Arabia Saudita in testa, più vicini a Tel Aviv. Cosa che le conferisce un significato più alto.

Quello al quale Putin, e con lui Erdogan, ha dato inizio subito dopo l’annuncio di Trump dunque è un gioco di specchi, complesso e intricato, che mira ad attutirne la portata incendiaria e incanalarlo verso una prospettiva politica volta ad aprire una nuova opportunità di dialogo ai due popoli della Terra santa.

Da questo punto di vista appare più che significativo il fatto che proprio in questi giorni la Russia abbia siglato un accordo sul nucleare civile con i sauditi.

Da giorni si susseguono indiscrezioni circa un prossimo viaggio del principe ereditario saudita Mohamed Bin Salman in Israele. Un’occasione per rinsaldare l’asse anti-iraniano tra Ryad e Tel Aviv, ma che potrebbe essere occasione anche di un rilancio del piano saudita sulla Palestina.

L’accordo sul nucleare tra russi e sauditi indica che Putin tiene aperto un canale di dialogo anche con Ryad, pur conservando un rapporto privilegiato con l’asse turco-iraniano consolidatosi nel corso del processo di pace siriano che ha avuto luogo ad Astana (sotto l’egida russa).

Così, Putin gioca le sue carte sui vari tavoli della criticità globale. Aprendo varchi alla diplomazia: non solo a sé ma anche a Trump e a quella parte di amministrazione americana che sta tentando di porre un argine alle spinte aggressive dei neocon.

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