13 dicembre

L'Alabama ai democratici

Doug Jones

Il candidato democratico Doug Jones ha vinto le elezioni in Alabama, battendo il rivale Roy Moore. Una elezione necessitata dalle dimissioni di Jeff Sessions, che ha lasciato libero il seggio al Senato dopo aver accettato la carica di ministro della Giustizia.

Difficilmente il voto in uno Stato americano ha assunto un significato pari a questa sfida. Ciò perché il seggio al Senato che tale contesa assegnava potrebbe risultare decisivo. In questo ramo del Parlamento i repubblicani hanno una risicata maggioranza, 52 a 48, che dopo la sconfitta di ieri si riduce a un solo voto.

Così basterà il voltafaccia di un solo membro per ottenere una parità. Ipotesi non impossibile, stante la diffidenza che il partito repubblicano nutre per Donald Trump, il presidente subito più che scelto.

Una diffidenza che ha avuto un ruolo non secondario nella sconfitta di Moore, dal momento che alcuni esponenti di rilievo del suo partito hanno pubblicamente espresso la loro opposizione al candidato.

Inseguito da accuse di molestie sessuali, che, se pure risalenti a 30-40 anni fa, chiaro segno di una politicizzazione delle stesse, hanno lasciato il segno, Moore aveva ben poche speranze di passare, data l’intensa fronda interna.

Il fatto che avesse dalla sua parte sia l’ideologo della Casa Bianca Steve Bannon sia lo stesso presidente, che lo ha sostenuto contro tutto e tutti, non solo non è bastato, ma ha reso più motivata l’opposizione, che ha fatto di questa votazione una ordalia contro l’odiato Trump.

La vittoria dei democratici peraltro è arrivata in uno Stato che da decenni è in mano ai conservatori, cosa che l’ha resa ancora più significativa. E ha quindi il sapore di una rivincita, di un nuovo inizio per l’opposizione.

Trump si è giocato il tutto per tutto. Non è un caso che l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme sia giunta  a ridosso di tale elezione.

Il presidente sperava di riguadagnare voti, ma non è servito a nulla. Né tale annuncio servirà a salvarlo dalle strette del Russiagate, come aveva sperato.

Se è pur vero che per alcuni giorni il clamore dell’inchiesta è stato sedato, dopo la sconfitta in Alabama riprenderà con maggior vigore. I suoi nemici sentono l’odore del sangue. E non lasceranno la preda.

Insomma la mossa che nelle speranze presidenziali avrebbe dovuto ottenergli una relativa tranquillità interna non ha conseguito l’effetto sperato. Iniziativa del tutto inutile, dunque, dal punto di vista della politica interna, che poi era il miope orizzonte nel quale era stata partorita.

Una miopia che ha avuto come unico effetto quello di infiammare il Medio oriente e allarmare il mondo. E che ha raffreddato i consensi internazionali che pure la sua presidenza aveva suscitato in diversi angoli del pianeta.

Trump rischia di pagare caro tale errore. E anche il mondo, se non viene disinnescata la bomba a orologeria innescata da quella improvvida dichiarazione.

Da segnalare che oggi ad Ankara si sono riuniti cinquanta capi di Stato arabi, con Recep Erdogan a fare il padrone di casa. Il presidente turco, infatti, ha trovato nella causa palestinese un’ottima carta da giocare per rilanciare il suo ruolo nel mondo arabo, cosa che non era riuscito a fare con il disegno neo-ottomano a lungo coltivato.

Punto centrale dell’assise: lo status di Gerusalemme. Al di là dei proclami anti-americani e anti-Israele, che pure non sono mancati in questi giorni né mancheranno, l’assise rilancerà che il destino di Gerusalemme Est è quello di diventare la capitale della Palestina.

Ci sarà da conciliare tale dichiarazione con quella americana, come pure è possibile   dato che la seconda prevede una negoziazione tra israeliani e palestinesi sui confini della Gerusalemme ebraica.

Ma occorre tempo e occorrerà un’opera di mediazione prima che si riprenda il filo di un dialogo. Ad oggi le ferite e le contrapposizioni sono ancora troppo forti.

Tale la conseguenze dell’inutile quanto infelice mossa di Trump.

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