5 dicembre

Usa: torna l’opzione apocalisse

Giorni convulsi e pericolosi questi. Iniziano, infatti, le manovre Vigilant Ace 17, la più grande esercitazione militare congiunta tra forze degli Stati Uniti e della Corea del Sud.

Una «provocazione», secondo Pyongyang, che vede ammassarsi ai propri confini decina di migliaia di soldati, centinaia di aerei da caccia e bombardieri, molti dei quali invisibili ai radar. Manovre che dureranno cinque giorni, cosa che aumenta le preoccupazioni della Corea del Nord.

Tanti analisti e cronisti parlano di una manovra necessitata dalla precedente provocazione coreana, ovvero il lancio di un missile in grado di raggiungere Washington. Analisi che tenderebbe quindi a giustificare Vigilant Ace come necessaria alla sicurezza globale.

Una Fake News propalata da tanti media occidentali (quelli che fanno campagna contro la Fake News): davvero qualcuno può credere che si possa preparare una manovra di tale complessità e dimensione in così pochi giorni?

Sul punto rimandiamo al sito Marines, ben informato e certo alieno da simpatie per il governo nordcoreano, che il 18 novembre pubblicava la notizia della preparazione di questa manovra. Il missile nordcoreano è stato lanciato invece sette giorni fa (vedi il Sole24 ore).

Se stiamo al gioco delle provocazioni reciproche, come da analisi diffuse, la tempistica detterebbe che il missile è stato lanciato come risposta alle provocazioni americane e sud coreane. Ma è un gioco che piace poco e non serve a niente.

Va solo preso atto che la crisi coreana si fa più drammatica. Una drammatizzazione acuita dalla notizia dell’incrocio pericoloso tra il missile di Pyongyang e un aereo civile, giunta stranamente con una settimana di ritardo e giusto in tempo per l’avvio di Vigilant Ace 17. Tempistica che interpella.

Non solo la penisola coreana. In questi giorni la guerra in Yemen è precipitata. Il fronte che si oppone alla coalizione internazionale guidata dai sauditi si è sfaldato. I ribelli houti da tempo erano alleati con l’ex presidente del Paese, Abdullah Saleh, il quale in questi giorni aveva avuto un ripensamento e aveva aperto a una trattativa (segreta e pubblica) con i nemici sauditi.

Gli houti hanno denunciato l’iniziativa di Saleh come un complotto micidiale, in grado di porre fine all’annosa guerra e consegnare la vittoria ai loro nemici. Da qui uno scontro fratricida che ha causato decine di morti ammazzati. Tra questi anche Saleh, che è stato giustiziato.

Una narrativa diffusa paragona tale crimine a quello dell’assassinio di Gheddafi. Un crimine esecrando, che quindi macchia la causa degli houti. Peccato che il crimine esecrando ai danni del Colonnello sia stato commesso dagli stessi che oggi bombardano gli houti. Ma è un particolare…

I leader houti hanno celebrato il fallimento del complotto, prendendo le distanze dal crimine: chi l’ha commesso, hanno riferito, sarebbe andato ultra petita.

Resta che, al di là del gioco delle opposte narrative, la situazione è precipitata: la lotta tra i sostenitori di Saleh e gli houti provoca altra conflittualità in un Paese tra i più poveri del mondo, già devastato dalla guerra, dalla fame e dalle malattie.

Per parte loro i sauditi, che già pregustavano la sospirata vittoria, hanno minacciato un’intensificazione dei bombardamenti. Non va bene.

Ad alimentare la conflittualità globale, la querelle sullo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Iniziativa che Trump aveva annunciato e successivamente congelato. Il presidente americano sarebbe seriamente intenzionato a realizzarla in questi giorni.

Per Trump si tratterebbe di un passo necessario per il successo del piano di pace tra palestinesi e israeliani, che poi è quello elaborato a suo tempo dai sauditi, i quali sono tacitamente favorevoli alla nuova dislocazione dell’ambasciata Usa.

L’indiscrezione ha suscitato reazioni. La Ue e Macron hanno manifestato le loro preoccupazioni, mentre il mondo arabo è andato in seria fibrillazione.

Il più duro è stato il presidente turco Recep Erdogan, che ha parlato di una linea rossa da non oltrepassare: sarebbe una «catastrofe». Insomma, l’iniziativa potrebbe aprire il vaso di Pandora.

Sempre in questi giorni va registrato il bombardamento dell’aviazione israeliana contro obiettivi iraniani in Siria. Un raid che indica che per Tel Aviv è iniziata una nuova fase: dopo aver registrato lo scacco della strategia neocon in Iraq e Siria, aveva più volte minacciato di intervenire militarmente per evitare il consolidamento della presenza iraniana in Siria e più in generale nella mezzaluna sciita.

Finora tale determinazione sembrava frenata dalla consapevolezza che un attacco diretto sarebbe stato controproducente per Israele. Oggi sembra che questo freno sia più labile. Non va bene.

C’è un filo rosso che lega tali avvenimenti, che segnalano il precipitare del mondo verso una china più che pericolosa. Si tratta della notizia, circolata più volte ma stavolta con nuova credibilità: il Segretario di Stato americano Rex Tillerson sarebbe dimissionario.

La notizia rimbalza da un media all’altro, da una cancelleria all’altra. Finora Tillerson ha rappresentato l’ala più moderata e ragionevole dell’amministrazione Trump. Un profilo che ha condiviso con i generali che attorniano il presidente, che hanno in lui un interlocutore privilegiato.

La fuoriuscita di Tillerson ridimensiona, e di molto, anche il ruolo e il peso di questi ultimi. Ad avvantaggiarsi della situazione il giovane e irruento Jared Kushner e i neocon ai quali è legato da vincoli indissolubili.

Da tempo Kushner tesse la sua diplomazia parallela, in asse con i neocon, appunto, e il giovane principe saudita, l’impulsivo Mohamed bin Salman, al fine di regolare una volta per tutte la questione palestinese e iraniana con modalità più che assertive.

Non solo il Medio oriente: anche sul versante coreano, senza il freno di Tillerson e dei generali dell’amministrazione Usa, si rischiano incidenti di portata globale.

Il vuoto di potere creato dalla notizia delle dimissioni del Segretario di Stato ha aperto varchi enormi alle manovre del giovane Jared e dei suoi consiglieri neocon.

Resi ancora più folli dalle sconfitte subite in questi anni in Medio Oriente e altrove, e dall’arretramento che hanno dovuto registrare con la vittoria di Trump, ora i neocon agitano lo scalpo di Tillerson come un trofeo e gli sviluppi dell’inchiesta sul Russiagate (che sembra dover ingabbiare in vari modi Trump), come una vittoria decisiva.

Sconfitti insieme alla loro Paladina, Hillary Clinton, oggi gridano al mondo la loro vittoria. E sono più che decisi a riproporre la loro follia bellicista su scala globale.

Eppure, nonostante le loro grida disumane (tale la follia esoterica cui sono consegnati), va registrato che da quando sono stati sconfitti il mondo è cambiato. E non in loro favore.

Si spera che i nuovi assetti geopolitici possano rappresentare un argine sufficiente a risparmiare al mondo l’opzione apocalisse, quella che sognavano di realizzare con la vittoria della Paladina.

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