29 novembre

Il missile intercontinentale coreano

Si apre un nuovo capitolo della crisi coreana: il missile lanciato dalla Corea del Nord l’altroieri è un vettore ICBM, ovvero un Intercontinental Ballistic Missile (ICBM), capace di arrivare a Washington, come ha annunciato trionfante il presidente Kim Jong Un.

Due mesi e mezzo di relativa calma sul fronte coreano, dopo una serie di test che avevano allarmato il mondo, non sono bastati ad avviare una distensione. Una prospettiva che era sembrata aprirsi anche a seguito del recente viaggio in Asia di Trump, culminato in un proficuo colloquio con il presidente cinese Xi Jinping.

Ieri tale prospettiva si è infranta. Un nuovo lancio e una nuova sfida agli Stati Uniti d’America. D’altronde che la crisi fosse sopita ma non risolta lo indicava chiaramente il susseguirsi delle iniziative americane.

In questi mesi, infatti, le sanzioni contro Pyongyang si sono fatte più dure, anche per l’adesione di Russia e Cina. Non solo: il 21 novembre gli Stati Uniti hanno inserito nuovamente la Corea del Nord nella lista delle nazioni che sponsorizzano il terrorismo, cosa che aggrava di molto il regime sanzionatorio.

Una decisione improvvida: non si risolve una crisi di tale portata contrapponendo follia a follia. E del tutto infondata: non c’è nessuna prova che Pyongyang sia in effetti coinvolta nel terrorismo internazionale.

Un’iniziativa che ha dunque fatto inutilmente salire l’asticella del conflitto tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, creando nuove distanze e diffidenze.

Ora Washington vede per la prima volta lo spettro di un vero e proprio attacco al territorio, eventualità da tempo paventata ma fino a ieri del tutto aleatoria. Non può non prenderne atto.

Il fatto che i coreani recentemente si siano rifiutati di accogliere un delegato di Pechino rende la vicenda ancora più intricata. Fino ad oggi, infatti, la Cina sembrava conservare quel filo di dialogo negato ad altri.

Ma se tutto all’apparenza sembra precipitare, la “guerra devastante”, definizione del ministro della Difesa Usa, resta ancora evitabile.

Il Segretario di Stato americano Rex Tillerson, finora il più ragionevole della sua amministrazione, ha ribadito che c’è ancora una «via diplomatica» alla soluzione della crisi.

Sul punto val la pena sottolineare come il test fosse rivolto verso il mare del Giappone e non verso la base di Guam, come minacciato in comunicazioni pregresse dei coreani.

Pyongyang ha così voluto attutire la portata dirompente del lancio, dal momento che se il missile avesse preso di mira in qualche modo la base americana, il lancio poteva essere interpretato come una minaccia diretta agli Stati Uniti, cosa che avrebbe comportato una inevitabile risposta altrettanto diretta.

Mentre un altro spiraglio potrebbe rinvenirsi (in un’ottica ottimistica, va precisato) nel comunicato trionfalistico dei coreani, che dettaglia come il lancio sia andato secondo le più rosee aspettative, con una precisione balistica ottimale.

Questo test, secondo il comunicato, ha «realizzato l’obiettivo storico del completamento della forza nucleare del Paese». Cenno che potrebbe indicare che, raggiunto l’obiettivo finale, Pyongyang potrebbe porre fine ai test e alle sue provocazioni.

Sul punto val la pena ricordare un’intervista di Andrei Lankov, direttore del Korea Risk Group, che riportammo in una nota del settembre scorso, il quale spiegava che la Corea del Nord non avrebbe rinunciato al suo programma nucleare finché non avesse conseguito un sistema missilistico in grado di funzionare da deterrente a un eventuale attacco americano.

E «per avere un sistema missilistico soddisfacente», aggiungeva Lankov. «devi fare un certo numero di test». Tali parole sembrano poter confermare quanto scritto in precedenza.

Pyongyang non poteva iniziare una trattativa senza aver prima completato i suoi test. Né d’altronde l’atteggiamento degli Stati Uniti ha aiutato in tal senso. Ora si potrebbero aprire prospettive nuove, al di là delle conflittualità verbali che l’ultimo test non può che suscitare. Almeno si spera.

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