27 novembre

Delacroix, il sonno di Gesù

Eugéne Delacroix, grande e generoso artista francese dell’800, dipinse con uno slancio appassionato tanti soggetti tratti dalla storia sacra. Lo fece nella convinzione che quei soggetti che venivano percepiti come soggetti del passato, potessero essere declinati in modo moderno.

Lo fece com’era nel suo temperamento, libero, senza filtri intellettuali. In particolare Delacroix era molto affezionato all’episodio narrato dai Vangeli, quando Gesù, partito da Cafarnao per arrivare sull’altra riva del Lago di Genezaret, salì su una barca che venne colta nel mezzo della traversata da una tempesta.

Racconta Matteo: «Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: “Salvaci, Signore, siamo perduti!”».

Perché Delacroix era stato tanto colpito da questo episodio al punto da replicarlo molte volte? Nell’esemplare più bello e anche più celebre, dipinto nel 1854 e conservato al Walters art Museum di Baltimora, si vede come il punto d’attrazione per l’artista fosse innanzitutto il tema della tempesta.

Delacroix la sa dipingere con impeto, come se conoscesse per averle sperimentate, certe situazioni a rischio. Dipinge con forza l’oscurarsi del cielo, il selvaggio assalto delle onde, la precarietà della barca che sembra davvero in balia delle acque. In realtà Delacroix non era affatto un esploratore.

Amava la natura, ma era uomo di città, uomo di una Parigi che si stava affermando come la prima città compiutamente moderna. Quindi la tempesta è una tempesta immaginata e romanticamente esasperata nei toni.

Per capire il significato di questa tempesta bisogna ricorrere alle parole di Charles Baudelaire, il grande poeta che tante pagine dedicò all’amico Delacroix. Baudelaire sottolineava come la modernità avesse portato nell’arte «il transitorio, il fuggitivo, il contingente».

In sintesi, un’inquietudine irriducibile, un’agitazione d’animo che negli uomini più sinceri non trovava pace: un po’ come gli apostoli che si dibattono sulla barca, agitandosi invano contro la forza del vento.

Delacroix tra gli artisti moderni era certamente il più sincero. Per questo era rimasto colpito da quel dettaglio del racconto del Vangelo, dove si dice che Cristo nel mezzo della tempesta «dormiva».

La domanda che quindi egli poneva dipingendo più e più volte il soggetto della traversata del lago in tempesta, era proprio questa: il sonno di Gesù era qualcosa che riguardava anche il cuore agitato degli uomini moderni (compreso il suo)?

Quel sonno era una “sponda” a cui affidarsi seppure in una contingenza completamente cambiata? È interessante notare come a Delacroix non interessasse tanto la prova di forza di Gesù che, una volta svegliato, placò poi le onde (come accade in quasi tutte le rappresentazioni dell’episodio).

Interessava quella piccola figura distesa tra le assi della chiglia, che era riuscita a prendere sonno nonostante il ruggire del vento e delle onde. Quel sonno, quel riposo, che lui desiderava per sé. E di quel sonno voleva parlare agli uomini della Parigi del suo tempo. 

 

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