25 novembre

I difficili nodi dei negoziati siriani

Le truppe americane resteranno in Siria, dove hanno moltiplicato le basi. Così è stato deciso nell’ambito del braccio di ferro che si è consumato all’interno dell’amministrazione americana.

Una prova di forza che Alberto Flores d’Arcais spiegava così sulla Repubblica di ieri: «È una partita che si gioca anche all’interno dei palazzi di Washington, tra chi (il segretario di Stato Tillerson e lo stesso Trump) è disposto a concedere molto a Trump e i generali che – con il vertice dell’intelligence – considerano la “pax russa” un totale cedimento al Cremlino e agli ayatollah di Teheran».

Le forza inviate nel Paese con l’esplicito mandato di contrastare l’Isis non avrebbero più nessun motivo di restarci, stante che l’Agenzia del Terrore è ormai stata debellata sia in Siria che in Iraq. Invece resteranno, di fatto come una forza d’occupazione.

Una situazione che va vista nell’ambito di quanto si sta sviluppando a livello politico riguardo al futuro prossimo del Paese. Questa settimana c’è stato l’incontro di Sochi, dove sotto l’egida russa si sono incontrati il presidente iraniano e quello turco.

Un summit, quello dei provvisori vincitori della guerra siriana, che si è svolto in parallelo con l’assise dei provvisori sconfitti, ovvero le cosiddette forze dell’opposizione siriana, che si sono incontrate a Ryad, punto di riferimento di tali movimenti.

Questo secondo vertice ha visto riproposto il mantra della pregiudiziale anti-Assad, ossessione di Ryad e degli ambiti regionali e internazionali che hanno manovrato per un regime-change in Siria. E che recita: nessun accordo finché il presidente siriano resta al potere.

Ma tale richiesta è ormai asfittica, stante che Assad, come ha riconosciuto anche il ministro della Difesa israeliano Avigdor Liberman, ha vinto la guerra.

Da qui la possibilità che le forze oppositive ad Assad possano in qualche modo trovare un qualche punto di incontro con i loro avversari nell’ambito dei negoziati di Ginevra, che finora le opposizioni hanno frequentato al solo scopo di far saltare il banco.

Un indizio in tal senso potrebbe essere il fatto che all’incontro di Ryad hanno partecipato non solo le opposizioni filo-saudite, ma anche quelle che hanno trovato riparo a Mosca, al Cairo e in Turchia, che hanno idee diverse sul futuro del Paese.

Tutte queste opposizioni porteranno 50 delegati a Ginevra: un’unità mai avvenuta prima, che potrebbe favorire quell’interlocuzione tra opposti che finora è mancata.

Ma tanti sono i nodi da sciogliere. E l’avventurismo del principe saudita Mohamed bin Salman, che ha patrocinato l’assise di Ryad, non aiuta.

Sul punto ho fatto un articolo per gli Occhi della Guerra, al quale rimando per approfondimenti (cliccare qui).

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page
per sostenere il piccolenote