23 novembre

Il nodo dei missili iraniani

«Dal punto di vista legale, l’amministrazione Trump non ha basi per perseguire misure punitive contro l’Iran per il suo programma missilistico. Non esiste un trattato internazionale che limiti lo sviluppo dei missili balistici e 31 paesi, tra cui l’Iran, attualmente li posseggono».

«Inoltre, contrariamente alle affermazioni dell’amministrazione Trump [fatte a suo tempo, vedi Repubblica ndr], l’accordo sul nucleare non obbliga l’Iran a cessare lo sviluppo del suo programma di missili balistici». Inizia così un articolo pubblicato sul sito al Monitor, firmato da Seyed Hossein Mousavian, docente di sicurezza e nucleare in Medio Oriente all’Università di Princeton ed ex portavoce dei negoziatori nucleari iraniani.

Va tenuto presente che il programma missilistico iraniano, oltre al destino della Siria e alla controversia su hezbollah, è il nodo cruciale sul quale ruota il rinnovato scontro tra Iran e Occidente.

Seppure Trump abbia lasciato il destino dell’accordo sul nucleare iraniano al Congresso, che può quindi conservarlo o rigettarlo, va tenuto presente che non solo la Russia e la Cina, ma anche Germania e Francia invece hanno ribadito il loro favore all’accordo.

Ma hanno aggiunto che comunque il programma missilistico iraniano deve essere limitato, stante le preoccupazioni sul punto degli Stati Uniti, dell’Arabia saudita e di Israele.

Così, se sul nucleare iraniano si può trovare un compromesso globale, sul programma missilistico la questione resta aperta.

Da qui l’importanza dell’analisi di Mousavian, che nel suo scritto accenna a come l’Iran abbia già limitato la gittata dei suoi missili a duemila chilometri, togliendo dal tavolo della controversia asserite minacce  globali provenienti da Teheran (vedi anche Piccolenote).

Detto questo, prosegue Mousavian, l’Iran ha necessità di conservare il suo arsenale missilistico. «Tale bisogno di deterrenza deriva dalla percezione che hanno gli iraniani di minacce attuali – principalmente un attacco USA o israeliano – e dalla sua storia, dal momento che ha subito attacchi con missili e ordigni chimici» nella guerra che l’ha opposto all’Iraq.

Il fatto che «l’Iran abbia una minima forma di deterrenza derivante dal suo programma missilistico è logico e tutt’altro che destabilizzante», aggiunge l’analista.

«Se l’Europa e gli Stati Uniti sono sinceramente preoccupati del programma missilistico iraniano», spiega Mousavian, «dovrebbero cooperare con altre potenze globali e regionali per avviare un’iniziativa di controllo delle armi a livello regionale, sia di quelle convenzionali che non convenzionali, cosa che favorirebbe un equilibrio regionale di potere e promuoverebbe pace e sicurezza».

«Gli sforzi per realizzare le risoluzioni delle Nazioni Unite sulle armi di distruzione di massa e l’attuazione di una nuclear-free zone in Medio Oriente, insieme a un accordo per il controllo delle armi convenzionali a livello regionale, sarebbe il modo più efficace per prevenire un’ulteriore militarizzazione e nuovi conflitti nell’area».

[…] «Discriminare l’Iran riguardo le sue capacità militari», aggiunge Mousavian, «mentre le autorità degli Stati Uniti insistono sulla realizzazione di politiche volte a un “regime-change” [in Iran ndr] e affermano che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, fa temere alle autorità iraniane che gli Stati Uniti stiano solo cercando di indebolire le possibilità di deterrenza dell’Iran per attaccarlo più facilmente».

«Ciò, a sua volta, costringe Teheran a investire di più nello sviluppo di una deterrenza più efficace», conclude Mousavian. «E precipita gli Stati Uniti e l’Iran in un corto circuito di escalation che potrebbe portare a disastrosi conflitti».

Poco da aggiungere all’articolo di al Monitor, se non esprimere l’auspicio che il nodo gordiano del programma missilistico iraniano venga sciolto a breve. E in un confronto globale, come accenna l’analista di Princeton. Il tempo che passa, infatti, non attutisce i contrasti sul tema. E i conflitti che non trovano un contenimento tendono ad auto-alimentarsi.

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