21 novembre

La Siria post-Isis

Il Califfato perde la sua ultima città in Siria: Abu Kamal. L’Isis l’ha difesa allo strenuo, fino all’ultimo uomo, nonostante fosse evidente che non c’era alcuna speranza di tenerla. A dare il colpo finale all’Agenzia del Terrore è stato l’esercito di Assad, supportato dai suoi alleati, i russi e le milizie sciite di varia estrazione.

Battaglia decisiva, perché Abu Kamal è stata a lungo una città chiave: da qui transitavano milizie e rifornimenti per l’Isis via Iraq; e da qui passavano le milizie che dalla Siria tornavano a dar man forte ai loro compagni di merende in Iraq.

La conquista di Abu Kamal consolida in via definitiva la mezzaluna sciita, che permette a Teheran il collegamento via terra con il Mediterraneo tramite Siria e Libano.

Il valore strategico di tale battaglia è indicato anche dalla presenza in loco del generale Qassem Soleimani, a capo della Forza d’élite della Guardia repubblicana iraniana. Che ha dovuto registrare la morte del suo storico consigliere e vice, il generale Khairallah Samadi, ucciso da un colpo di mortaio.

Una morte, quella di Samadi, simile a quella del generale russo Valery Asapov, lo stratega della guerra russo-siriana all’Isis, anche lui ucciso nel settembre scorso da un colpo di mortaio durante le operazioni presso la vicina Deir Ezzor.

Allora i russi avevano protestato vibratamente. Secondo loro era stata l’intelligence Usa a fornire le coordinate del generale all’Isis, accusando di fatto gli americani di aver proceduto a un assassinio mirato tramite l’Agenzia del terrore. Accuse respinte al mittente.

Ma le accuse di fiancheggiamento all’Isis sono tornate a riecheggiare in questi giorni, nelle ore decisive della battaglia di Abu Kamal.

Il fatto è che gli americani, e le truppe di terra da loro guidate (le Forze democratiche della Siria), erano vicini, anzi vicinissimi alle forze russo-siro-sciite.

Tanto che la battaglia per Abu Kamal si è trasformata in una corsa contro il tempo da parte dei due schieramenti per piantare la propria bandierina sulla cittadina.

Ciò sembra spiegare anche la strenua quanto apparentemente inutile resistenza dell’Isis ai russo-sciiti-siriani.

Probabile sperassero di ritardare la caduta della città fino all’arrivo degli americani, ai quali contavano di arrendersi per ottenere la libertà, come accaduto ai loro compagni di merende che presidiavano Raqqa (vedi Piccolenote).

Abu Kamal, per la sua posizione di confine tra Iraq e Siria, è strategica per la mezzaluna sciita, da qui la corsa per conquistarla.

A Teheran e Damasco serviva per consolidare tale asse strategico, agli americani per porvi un argine, stante che la sua realizzazione coincide con la sconfitta, anzi il capovolgimento, dei progetti neocon sottesi alle operazioni belliche americane di questo quindicennio in Iraq e Siria.

Una corsa che poteva finire con uno scontro frontale tra i due schieramenti, cosa che per fortuna si è evitata, nonostante i russi abbiano più volte accusato l’aviazione Usa di interporsi tra le forze alleate di Damasco e l’Isis.

E si è evitata perché alla fine i russi hanno fatto chiaramente intendere che il gioco era finito e che Mosca non avrebbe tollerato altri ostruzionismi.

Lo hanno fatto in due modi. Inviando a bombardare le postazioni dell’Isis degli aerei partiti direttamente dalla Russia. Mossa non solo bellica ma anche simbolica: indicava il coinvolgimento diretto di Mosca nella battaglia.

E comunicando l’avvenuta liberazione di Abu Kamal da parte dell’esercito siriano due giorni prima di quando è effettivamente avvenuta: mossa questa del tutto simbolica: indicava alle forze americane che si dovevano fermare.

Più che probabile che dietro questa prova di forza russa, e la sua riuscita, ci sia anche la sicurezza che gli Stati Uniti avrebbero alla fine evitato occasioni di scontro diretto.

Occorre ricordare che nonostante le forze ostative (che pure hanno la loro influenza nella politica, nell’intelligence e nell’apparato militare americano), al vertice dell’Apec in Vietnam, dopo l’incontro cordiale tra Putin e Trump, l’amministrazione americana aveva comunicato che c’era stata un’intesa, seppur vaga, sulla Siria.

Il che indicava che si sarebbero evitati a tutti i costi incidenti tra russi e americani. Di fatto, un tacito placet alle operazioni russe.

Così Putin può arrivare all’incontro con Iran e Turchia, concordato per il 22 novembre a Sochi (in Russia), avendo centrato l’obiettivo prefissato: la conquista dell’ultimo bastione Isis in Siria.

Un incontro che segue due appuntamenti importanti: la visita a sorpresa di Assad in Russia, avvenuta questa mattina, e una conversazione telefonica con Trump, annunciata per questo pomeriggio.

Domani i vincitori di questa interminabile guerra, ovvero Mosca, Damasco, Teheran e Ankara (che allontanandosi dalla Nato ha dato un supporto decisivo), inizieranno a parlare del destino futuro della Siria.

C’è ancora tanto in sospeso: anzitutto il futuro delle zone di de-escalation, aree nelle quali il conflitto è stato congelato in vista di una risoluzione globale.

E se la presenza di truppe americane in Siria sia da considerarsi provvisoriamente stabile o meno, nonostante la contrarietà del governo e la fine dell’emergenza terrorismo nel Paese, cosa che rende inutile una coalizione anti-terrorismo permanente.

Inoltre c’è il nodo gordiano della presenza iraniana e di hezbollah, che Israele e i sunniti vedono come una minaccia esistenziale. Nodo che sarà duro sciogliere.

Ma anche il destino dei curdi, sia in Iraq che in Siria, argomento molto sensibile per i turchi, per i quali restano dei terroristi; i russi vorrebbero una soluzione di tipo federale in ambedue gli Stati, cosa che i curdi potrebbero accettare.

Mentre è del tutto sterile il dibattito sul destino di Assad, molto in voga in Occidente. La visita del presidente siriano a Mosca indica che resterà al governo.

Il regime-change siriano può dirsi fallito, nonostante vi siano stati investiti centinaia di miliardi di dollari (finiti anche all’Isis).

Su tali prospettive Putin cerca l’intesa con Trump, come indicano i passi compiuti finora.

Il presidente americano ha poca libertà di movimento, stante la campagna anti-russa che ruggisce in America, ma ne ha quanto basta, come si è visto finora, dove i taciti placet alle iniziative russe sul terreno hanno prodotto più risultati degli accordi annunciati a suo tempo dall’amministrazione Obama, puntualmente smentiti poi dagli sviluppi del conflitto.

L’armonia nascosta è più potente di quella manifesta.

Ps. Il giorno successivo alla caduta di Abu Kamal, la Lega Araba, guidata dai sauditi, ha dichiarato Hezbollah gruppo terrorista e l’Iran una minaccia regionale. I sauditi, che di terrorismo si intendono, hanno quindi rilanciato il guanto di sfida: stavolta sul Libano, che consente all’Iran di affacciarsi sul Mare nostrum.

Ma di questo nuovo fronte scriveremo in altra nota, oggi è più importante seguire quanto avviene a Sochi. Probabile che tale iniziativa distensiva generi nervosismo. La rete del Terrore globale non può rassegnarsi alla sconfitta in terra siriana. Si spera che non scorra troppo sangue.

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