16 novembre

La crisi libanese: il nyet israeliano

La crisi libanese conseguente al rapimento da parte dei sauditi del primo ministro Saad Hariri ha rischiato di innescare un conflitto di grandi proporzioni in Medio Oriente. In uno scritto pubblicato sul al Monitor, Ben Caspit ha spiegato che la prossimità tra Tel Aviv e i Paesi sunniti, uniti nel fronte anti-sciita, rischia di costare cara a Israele.

I sunniti guidati da Ryad, infatti, vorrebbero coinvolgere Israele in uno scontro con l’Iran e i suoi alleati regionali. Ad oggi lo scontro tra sunniti e sciiti ha proporzioni limitate, ma è possibile che la situazione degeneri in «una vera e propria guerra di Armageddon nel cuore stesso [del Medio oriente ndr]. I sauditi sono interessati affinché Israele faccia il lavoro sporco per loro, ma a quanto pare, non tutti in Israele ne sono entusiasti».

Allo stato attuale una guerra aperta con il fronte sciita «può creare una situazione in cui i nemici di Israele non sarebbero gli unici a pagare un prezzo elevato […]. Ciò avverrebbe anche per Israele. Ecco perché adesso, nessuno in Israele, men che meno il primo ministro Benjamin Netanyahu, ha fretta di accendere il fronte Nord. Farlo significherebbe essere risucchiati nelle porte dell’inferno».

«In questa fase», aggiunge il cronista di al Monitor, «Israele non ha motivo di collaborare con le forze che cercano di infiammare la regione. La potenza militare israeliana è considerevolmente maggiore rispetto ai suoi diretti rivali (Siria e Hezbollah), ma è ancora molto vulnerabile».

«In altre parole, Israele ha la possibilità di vincere, ma ha anche tanto da perdere». L’economia è più che florida «[…] Ma ciò è possibile solo a causa della relativa calma sul piano della sicurezza. Se la situazione cambia, Israele si troverà coinvolta in un gioco molto diverso, che non vuole giocare».

Questa analisi può spiegare, almeno in parte, il motivo della risoluzione della crisi libanese, conclusa con la liberazione di Hariri, di fatto rapito dai sauditi il 4 novembre scorso.

Il piccolo principe di Ryad, Mohamed bin Salman, erede al trono saudita, e il circolo internazionale che gli ha consigliato di innescare la crisi, era sicuro di poter contare sull’appoggio incondizionato di Tel Aviv. I sauditi sanno bene, infatti, che al momento non possono sostenere un conflitto di vaste proporzioni con il fronte sciita.

Probabile che avesse avuto qualche improvvida rassicurazione da parte di Tel Aviv, questo il senso del cenno di Caspit quando scrive: «non tutti in Israele ne sono entusiasti». Un cenno che, allo stesso tempo, fa intravedere le resistenze che tale ipotesi ha incontrato all’interno di Israele.

Non solo: occorre considerare che il mondo non poteva correre il rischio di una guerra che avrebbe devastato l’Arabia Saudita. Non solo per la sua criticità globale, ma anche perché avrebbe innescato una crisi petrolifera di proporzioni inaudite.

Più che probabile dunque, come ha spiegato un consigliere del presidente libanese (vedi Piccolenote), che proprio il niet israeliano e le forti resistenze internazionali abbiano costretto Mohamed bin Salman e i suoi suggeritori a più miti consigli.

L’improvvido piccolo principe saudita ha così avuto la sua prima vera lezione di geopolitica. Si spera che ne faccia tesoro. Se ne gioverebbe il mondo intero.

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