13 novembre

L’intervista di Hariri come i messaggi di Moro

Saad Hariri è riapparso in pubblico per dare un’intervista. A Ryad, dove è misteriosamente scomparso dopo aver dato le dimissioni da primo ministro libanese.

Sono ormai dieci giorni che Hariri è ancora in Arabia Saudita, nonostante il fatto che tutte le forze politiche del Paese dei cedri ne chiedano il ritorno, accusando i sauditi di trattenerlo contro la sua volontà.

In quest’intervista ha spiegato di non essere costretto da alcuno a rimanere a Ryad e di voler tornare in patria. Aggiungendo che potrebbe anche ritirare le sue dimissioni e accettare di continuare a governare con hezbollah, se il movimento sciita depone le armi e smette di interferire nei conflitti regionali.  Richieste, queste ultime, del tutto in linea con i desideri di Ryad.

L’intervista è interessante soprattutto al di là dei contenuti. Il Post la descrive così: «Hariri è apparso stanco, provato e in alcuni momenti confuso. In molti hanno notato che continuava a guardare in alto a destra rispetto alla sua intervistatrice. Durante l’intervista si è visto un uomo, in piedi, con un foglio di carta arrotolato in mano, nel punto in cui Hariri sembrava guardare».

L’intervistatrice «[…] Paula Yacoubian, lo ha incalzato per più di un’ora, al termine della quale Hariri ha chiesto di interrompere le domande perché l’intervista, ha detto, lo aveva “spossato”».

Nonostante sia stata trasmessa in diretta, continua il Post, è possibile «che potesse essere mandata in differita di alcuni minuti, abbastanza per bloccare la trasmissione in caso di imprevisti».

Insomma, un’intervista davvero strana. Era obbligata, dal momento che il Libano reclamava indietro il suo premier e non c’era alcuna rassicurazione in proposito.

Certo, sia i ministri degli Esteri francese e tedesco che il Capo della Segreteria di Stato americano avevano assicurato che era libero.

Ma tale rassicurazione non rassicurava affatto, anzi: perché se vera, non si capiva, perché non fosse comunicata dal diretto interessato, il quale invece ha osservato un lungo (e più che eloquente) silenzio.

Da qui la necessità di questa intervista rassicurante, che non ha rassicurato affatto, della quale il Post mette in luce tante perplessità. Che ci sembra di poter integrare con i rilievi mossi da Claire Chakar del giornale libanese al-Ittiha, riportato sul più diffuso giornale libanese, L’Orient Le Jour.

Per Chakar i telespettatori hanno esaminato l’intervista di Hariri nei dettagli, avendo l’impressione che si trattasse di un «extraterrestre».

«La sua voce, i suoi occhi, il suo smartwatch, scrive la giornalista «[…] finanche le sue unghie […] si è comportato come se si trattasse della sua prima esperienza davanti a una telecamera. La tensione era chiara all’inizio dell’intervista».

Non solo, anche se «l’uomo ha parlato molto, l’intervista si può riassumere in qualche parola:  il suo distacco [dalla patria ndr], il ritorno, hezbollah, l’ingerenza dell’Iran».

Infine la giornalista ha sottolineato «la voce tremante di Hariri, il suo tono triste, il suo sorriso assente […] le parole uscivano appena, come se il suo respiro fosse rotto dalla paura e dalla collera». E ha notato il suo «bisogno incessante di bere acqua».

Vedremo se ad Hariri sarà consentito di mantenere la promessa di un ritorno a casa. Abbiamo osservato in altra nota come il caso Hariri somigliasse, per convergenze parallele, al caso Moro.

Quanto accaduto lo conferma: tempi diversi e modalità di comunicazione diverse, ma l’intervista somiglia alle lettere che Moro scriveva dalla prigione brigatista.

Missive passate al vaglio dei suoi carcerieri, che contenevano richieste in linea con le loro (nel caso di Moro lo scambio di prigionieri). Come quelli di Moro, anche il messaggio di Hariri non va visto solo come rivolto all’esterno. Egli si rivolge anche e soprattutto ai suoi carcerieri.

Il fatto che abbia accettato l’intervista dopo giorni di misterioso silenzio può esser visto, infatti, come nel caso di Moro, nel quadro dell’inizio di una trattativa con le autorità saudite (e i loro suggeritori).

Assecondandoli, cerca di rassicurarli sul fatto che, se lasciato libero, non procurerà loro fastidi, come scrisse anche Moro in quella che sembra, nonostante le apparenze, la sua ultima lettera prima del (tragico) rilascio:

«[…] desidero dare atto che alla generosità delle Brigate Rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Di ciò sono profondamente grato. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che è accaduto e le riflessioni che ho riassunto più sopra, non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della D.C.»

«Rinuncio a tutte le cariche, escludo qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla D.C., chiedo al Presidente della Camera di trasferirmi dal gruppo della D.C. al gruppo misto. Per parte mia non ho commenti da fare e mi riprometto di non farne neppure in risposta a quelli altrui» (per la spiegazione relativa al memoriale Moro vedi Piccolenote).

Allo stesso modo le rassicurazioni che in questi giorni sono venute da diversi esponenti politici internazionali, quelli citati e altri, sulla libertà di movimento di Hariri, possono essere interpretate non come una connivenza con i sauditi ma come un modo per ottenere il rilascio del prigioniero.

Infatti, accreditando la versione ufficiale, si vuole garantire ai sauditi una sorta di impunità. Solo tale garanzia può permettere a Ryad di rilasciare Hariri senza dover temere di essere accusati di un crimine così enorme.

Più che probabile che i sauditi abbiano ottenuto una vittoria, dal momento che il possibile precipitare di un conflitto tra sauditi e hezbollah innescato dal rapimento di Hariri deve aver convinto Putin e Trump a non chiudere l’accordo sulla pace in Siria a margine del vertice dell’Apec in Vietnam (vedi Piccolenote).

Invece rimandando, come annunciato da Rex Tillerson, la conclusione dell’accordo alle trattative di Ginevra, gli Usa hanno inteso dare rassicurazione ai sauditi: la pace sulla Siria non si farà se non nel quadro di un accordo globale che tenga conto anche dei sauditi.

Allo stesso tempo, però, il Segretario di Stato americano ha avvertito Ryad dei pericoli insiti in un nuovo conflitto per procura tra iraniani e sauditi in Libano, che l’oscura vicenda Hariri può causare. Un vero e proprio stop alle manovre saudite in tal senso.

Ryad ha vinto la partita più grande, ma perso quella a breve termine, almeno al momento. Ora il caso Hariri rischia di scoppiarle in mano. Da qui l’intervista e il possibile ritorno in patria.

Per ora i sequestratori hanno ottenuto, come accennato sopra, garanzie di impunità sia a livello internazionale che personale (ovvero di Hariri). Ma ci sono due ostacoli.

Il primo è che non si fidano fino in fondo; il secondo è che stanno ancora riflettendo sulle possibilità che la prigionia di Hariri gli offre.

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