13 novembre

Puigdemont apre al negoziato

Indipendenza o morte? Questa la domanda diretta posta dal cronista de Le Soir al presidente del Parlamento catalano Carles Puigdemont: «Mai!», la secca risposta. «Io sono sempre per un accordo. Ma l’origine di tutto questo è la cancellazione dello Statuto che sanciva l’autonomia, avvenuta nel 2010, che era stato adottato dal Parlamento catalano e spagnolo. Sapete quanti deputati indipendentisti c’erano in quel momento nel parlamento catalano? Quattordici su centotrentacinque! Sono diventati settantadue. La responsabilità della spinta indipendentista è del partito popolare».

È possibile, dunque un’altra soluzione rispetto all’indipendenza? «È sempre possibile! Ho lavorato da trent’anni per ottenere un altro rapporto [letteralmente ancoraggio ndr] tra la Catalogna e la Spagna. Ho lavorato molto a questo, ma l’arrivo al potere di Aznar [primo ministro dal 1996 al 2004 e mentore di Mariano Rajoy ndr] ha stoppato questa marcia».

Il presidente della Catalogna, inseguito dalla magistratura spagnola per sedizione, si è rifugiato in Belgio. La sua spiegazione di quanto avvenuto, e delle responsabilità del partito popolare sulla crescita dell’indipendentismo catalano, non è nuova.

Eppure oggi suona nuova, dal momento che avviene proprio quando tutto sembra cristallizzarsi in un confronto aperto e senza possibilità di mediazione tra Barcellona e Madrid.

Al di là di narrazioni riguardo al pregresso, più o meno condivisibili, resta questa apertura. Può essere una mossa tattica o meno, ma è un’occasione, uno spiraglio in una situazione che si fa sempre più rischiosa.

Peraltro Puigdemont oggi si ritrova in una posizione ottima per trattare, magari delegando altri, dal momento che la sua figura è diventata un catalizzatore anche per le estreme catalane, che lo hanno incalzato togliendogli spazi di manovra.

 

 

 

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