11 novembre

Putin e Trump

E così è saltato il vertice tra Putin e Trump a margine del vertice Apec in Vietnam. Aveva acceso speranze, non realizzate.

Avrebbe infatti dovuto essere l’occasione per annunciare un duplice accordo: sulla Siria, come da annunci pregressi, e, almeno in parte, sulla Corea del Nord, riguardo la quale Trump aveva esplicitamente chiesto aiuto a Putin.

Un duplice accordo che avrebbe aiutato ambedue. Putin avrebbe potuto rilanciare la sua immagine in Occidente, dove è fatto segno di una campagna di demonizzazione degna del peggior maccartismo.

Trump avrebbe potuto portare a casa la pace in Siria, dopo anni di insuccessi della diplomazia americana, e dimostrare all’America e al mondo che l’asse con Putin, che  i suoi avversari interni cercano in tutti i modi di ostacolare (vedi anche Russiagate), porta frutti.

Purtroppo nelle ultime ore è saltato tutto. A ribaltare il tavolo sono stati gli americani, tanto che il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha accusato la cerchia interna del presidente di tenerlo in ostaggio.

Tale il senso delle sue parole quando ha dichiarato: «Trump voleva incontrare Putin: un desiderio espresso personalmente dal presidente Usa».

Il punto è che la pace ieri semplicemente non si poteva fare. La repentina accelerazione della crisi libanese avviata dei sauditi, che la sera precedente avevano ordinato ai loro concittadini di abbandonare il Paese dei cedri, indicava che Ryad era pronta ad attaccare frontalmente hezbollah.

Una guerra che avrebbe coinvolto l’Iran come anche Israele. Con rischi di criticità globali, stanti i rapporti tra Tel Aviv e Usa e la presenza dei russi in Siria.

Il punto è che né l’Arabia Saudita né Israele ad oggi possono accettare una pace in Siria che non preveda un contenimento dell’Iran.

Non possono cioè accettare che il quindicennio delle guerre neocon si chiuda con la nascita della mezzaluna sciita, concretizzatasi proprio questa settimana con la congiunzione alle rispettive frontiere delle truppe di Damasco e Baghdad (ambedue alleate di Teheran) dopo la caduta dell’ultimo bastione dell’Isis in Siria.

Né possono accettare che l’Iran abbia uno sbocco nel Mediterraneo, grazie al prolungamento della mezzaluna sciita in Libano garantito da hezbollah (legata anch’essa a Teheran), cosa che gli garantirebbe ulteriori quanto decisivi vantaggi geostrategici.

Insomma, ieri non si poteva fare la pace. Ci vorrà altro tempo e uno sforzo di fantasia maggiore, che rassicuri Tel Aviv e Ryad. Nella speranza che, nel frattempo, il fragilissimo equilibrio nel quale versa il Medio Oriente non vada in frantumi.

Molto dipenderà dalle mosse dell’impulsivo principe ereditario saudita, che le oscure forze internazionali consegnate all’opzione apocalisse hanno scelto come terminale temporaneo dei loro disegni.

E però osservare quanto accaduto ieri solo da questo punto di vista, ovvero il fallimento del vertice, come fanno diversi media, è più che riduttivo. I due presidenti, nonostante i fattori ostativi, si sono stretti la mano davanti al mondo.

Due i messaggi di questa foto ricordo. Anzitutto con quella stretta di mano i due presidenti si sono mostrati unanimi nel rigettare l’opzione apocalisse, particolare non certo secondario per la pace del mondo.

In secondo luogo, Trump ribadisce ai suoi avversari interni e internazionali che, nonostante le loro manovre contrarie, egli resta fedele al suo programma originario, che era ed è quello di ridare stabilità al mondo attraverso un accordo Mosca-Washington (a destabilizzazione globale occorre contrapporre stabilizzazione globale).

Quella mano tesa a Putin, dunque, dimostra non solo la determinazione del presidente Usa, ma anche il suo coraggio, stante la ferocia dei suoi oppositori.

Insomma, c’è tanto dietro quella stretta di mano. Che, tra parentesi, solo un mese fa sarebbe stata semplicemente impossibile.

 

Ps. Per quanto riguarda Damasco, comunque, qualcosa è successo: Trump e Putin hanno concordato sulla necessità di garantire l’integrità territoriale siriana. Una dichiarazione che va contro i disegni neocon, per i quali la Siria avrebbe dovuto  avere un destino tripartito: una regione curda, una sunnita e quel (poco) che rimaneva a Damasco. Anche questa concordia non è uguale a zero.

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