20 ottobre

Caravaggio, Marta e Maria

Alla mostra di Caravaggio aperta in questi mesi a Milano è arrivato dal Museo di Detroit un capolavoro che non mi era mai capitato di vedere. È un quadro che rappresenta il soggetto di Marta che dialoga con Maria. Si vede la sorella operosa che indottrina intensamente la sorella “edonista” (la tradizione iconografica identifica sempre Maria con la Maddalena).

Con le dita sta infatti numerando in modo molto pragmatico le sue ragioni. Caravaggio ce la lascia in una strana penombra, non giustificata dall’orientamento della luce nel quadro.

A destra si vede Maria, in una posizione quasi regale, vestita con la massima eleganza rispetto alla sobrietà della sorella. Davanti una piccola natura morta, di grande semplicità, che identifica due oggetti simbolo del suo stile di vita: una vasetto di cipria con la spugnetta e un pettine in avorio.

Ha una vistosa scollatura, che mette in mostra tutta la sua bellezza e prorompenza fisica. Maria appare distratta e sembra che Marta stia parlando ad una che non vuol sentire. Invece Caravaggio con un colpo di genio ci vuol far capire un’altra cosa: che lei non ascolta per il semplice fatto che già sa.

Già non è più quella che Marta crede sia. In mano infatti tiene un fiore d’arancio, simbolo matrimoniale: in questo caso simbolo della sua avvenuta unione con Cristo. Caravaggio non ricorre a nessun effetto speciale, né ha bisogno di snaturare Maria rispetto a quello che è ed è sempre stata.

Semplicemente accende lo sfondo, dove la preparazione del quadro, dal verde della parte di sinistra, slitta in un rosso imprevisto. È un’accensione d’amore, che va ad aggiungersi alla luce intensa, piena, luminosa, quasi da set cinematografico che mette in grande rilievo Maria rispetto all’ombra faticosa in cui si muove Marta.

Sembra dire: è stato tutto facile. Non ci sono voluti calcoli. Non c’è stata fatica. Non c’era bisogno di nessun presupposto, né di percorsi propedeutici. Il passaggio tra il prima e il dopo è tutto in quel semplice fiore d’arancio tra le dita, che nessuno aveva messo in preventivo. Un gesto delicato, imprevisto, felice, che dischiude un nuovo destino.

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