17 ottobre

Kirkuk come Danzica?

peshmerga

Sale la tensione in Kurdistan. L’esercito regolare iracheno sta stringendo in una morsa Kirkuk e si appresta a entrare nella piana di Ninive, suscitando le ire del governo di Erbil, che assiste impotente alla ritirata dei suoi peshmerga inviati a presidio.

Un’iniziativa che può innescare altre e preoccupanti tensioni internazionali. Tutto inizia a settembre, quando il governo della regione autonoma di Erbil indice un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. Consultazione ovviamente vinta dagli indipendentisti. Finalmente, questa la narrazione, i curdi hanno un loro Stato.

L’iniziativa curda causa reazioni: Baghdad non accetta la secessione di parte del suo territorio; la Turchia e l’Iran vedono come una minaccia la nascita di uno Stato curdo ai propri confini.

La prima perché teme che possa innescare spinte secessioniste anche in Anatolia da parte della minoranza curda, che potrebbe chiedere l’annessione delle regioni storicamente abitate dai curdi al nuovo Stato.

La seconda perché paventa che il Kurdistan possa essere utilizzato dall’Occidente in funzione anti-iraniana.

Da qui la stretta collaborazione tra Baghdad, Teheran e Ankara per arginare la spinta indipendentista curda: è stato dichiarato un blocco aereo e le sue frontiere, quelle immaginate da Erbil, sono state sigillate.

Ma se per il destino del Kurdistan si potrà forse prima o poi aprire una trattativa con Baghdad (tanto che le autorità irachene, pur condannando come illegittimo il referendum, hanno evitato azioni repressive), altro è il destino di Kirkuk.

Tale città, un vero e proprio polmone petrolifero, non apparteneva al Kurdistan. All’apparire improvviso dell’Isis essa cadde quasi subito nelle mani del Terrore. Erano i giorni nei quali i tagliagole nerovestiti sembrava dovessero dilagare  in tutto l’Iraq.

Poi fu la volta del contrattacco: i peshmerga curdi ripresero la città, grazie al ripiegamento strategico, e sospetto agli occhi di Baghdad, della canaglia terrorista.

Ciò mentre altrove l’esercito iracheno iniziava un contrasto deciso all’Isis, che, passo dopo passo, è risultato vincente. Tanto che le autorità irachene lo scorso fine agosto hanno potuto annunciare la liberazione del Paese (a seguito della conquista di Tal Afar, ultimo baluardo iracheno dell’Isis).

Un contrattacco favorito dall’apporto della coalizione internazionale a guida Usa (invero alquanto ambigua nella sua condotta), ma soprattutto dall’invio di milizie da parte di Teheran, cosa che va ricordata a quanti additano l’Iran come primo motore immobile del terrorismo.

Quando fu indetto il referendum per l’indipendenza curda, Kirkuk fu annessa di diritto al Kurdistan, cosa inaccettabile per Baghdad, che si trovava privato di parte importante dei suoi bacini petroliferi.

Da qui la reazione e l’invio dell’esercito regolare per riprendere il controllo della città. Ad oggi si registrano scontri  a bassa intensità, limitati. Ma potrebbero innescare altro e più preoccupante.

Come si evince da un articolo di Bernard-Henry Levy pubblicato sul Corriere della Sera del 17 ottobre, che invita l’Occidente a prendere le difese del Kurdistan. Levy non è voce solista, ma portavoce dei neocon, da qui l’importanza dei suoi scritti.

Poetico come sempre, il cantore della macelleria neocon denuncia il silenzio dell’Occidente su quanto sta avvenendo a Kirkuk.

E spiega che è necessario un «avvertimento solenne da parte della comunità internazionale, affinché vada a intimare all’Iraq (e anche ai suoi mandanti iraniani e al suo alleato di circostanza, il leader turco Erdogan): “Stop all’aggressione”».

«[…] È necessario che i Paesi occidentali e, in primo luogo, gli Stati Uniti e la Francia alzino la voce, e molto velocemente, per esigere un cessate-il-fuoco e denunciare al mondo questa nuova Danzica del Medio Oriente».

«[…] E se i peshmerga, contrariamente alle regola di condotta che si sono imposti finora, dovessero contrattaccare, a quel punto sarebbe necessario che le forze internazionali presenti sul territorio per la lotta contro Daesh [l’Isis ndr] andassero a interporsi con la massima urgenza».

Si chiede cioè alla comunità internazionale non tanto di difendere il Kurdistan, ma la sua annessione di Kirkuk, che, oltre che illegittima, non potrà mai essere accettata da Baghdad, Ankara e Teheran.

Non si tratta di tifare per Baghdad o per i curdi, dal momento che non si può non sperare che venga avviato un negoziato tra le autorità irachene e quelle del Kurdistan per risolvere la controversia indipendentista (magari accedendo a un’ipotesi confederale).

Si tratta, invece, di evitare un ulteriore bagno di sangue. Si può infatti immaginare facilmente la portata di un tale conflitto, dal momento che vedrà la Turchia e l’Iran schierate a fianco di Baghdad.

Fare di Kirkuk la Danzica del Medio oriente, come fa Levy, suona altamente simbolico. Perché evoca l’interrogativo tragico riguardo la città polacca, che riecheggiò amaramente negli anni successivi, quando milioni di persone morirono per Danzica.

Ma l’Iraq non è la Germania nazista e il suo presidente Ḥaydar al-Abadi non è HItler. Ha guidato il contrattacco contro l’Isis, l’Agenzia che ha portato strage in Europa e America, come e più dei curdi. E vinto anche per l’Occidente questo conflitto tanto cruciale.

Ciò dovrebbe essere tenuto in debito conto. Se l’Occidente darà ancora una volta retta alle sirene neocon, della cui legione partecipa Levy, si schiuderanno altri giorni nefasti per il mondo.

Ma, per sua sfortuna, riteniamo difficile che ciò possa avvenire, stante che appare improbabile che l’Occidente muova guerra alla Turchia.

Se un qualche intervento internazionale deve esserci, piuttosto che appoggiare acriticamente la causa curda, dovrebbe favorire il compromesso tra i litiganti, avviando un processo negoziale che favorisca la nascita di un Kurdistan più autonomo da Baghdad, ma concorde con i suoi vicini.

Ciò implica che occorre convincere Erbil a mollare l’osso su Kirkuk, al di là degli interessi che possono suscitare in Occidente i bacini petroliferi sui quali galleggia. Particolare che non è esente da difficoltà.

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