12 ottobre

Catalogna, il tempo si è fatto breve

«Assumo il mandato per far sì che il popolo Catalano diventi uno Stato indipendente sotto forma di repubblica». Questa l’attesa dichiarazione di Carles Puigdemont alla Generalitat catalana.

Una dichiarazione di indipendenza alquanto ambigua, peraltro sospesa per avviare «l’apertura di un negoziato con lo Stato spagnolo per definire un sistema di collaborazione per il beneficio di entrambe le parti».

Ma pesante come un macigno. Non solo per la parte relativa alla Catalogna, ma laddove indica l’avvio di una trattativa con “lo Stato spagnolo”, che quindi è altro dalla Catalogna. Netto, tranchant. Con annessa denuncia della corona spagnola.

Non sembra lasciar spazio a ipotesi di una più ampia autonomia, o a compromessi di stampo federalista o confederale.

Mariano Rajoy, la cui eccessiva rigidità aveva consegnato al rivale l’immagine di un libertario che combatte un governo oppressivo, ha ora buon gioco a tenere la linea: l’ipotesi secessionista dura e pura è semplicemente inaccettabile.

Le parti si sono invertite. E la rigidità del suo rivale, benché mascherata, gli consente di assumere Il ruolo di salvatore della patria tanto agognato.

Tanto che ieri il leader socialista Pedro Sanchez ha annunciato che il premier spagnolo ha accettato di avviare una revisione della Costituzione per ridefinire lo statuto della Catalogna.

È palese che non è il contenuto dell’accordo che conta, peraltro fumoso. I socialisti, critici verso l’iniziativa referendaria, hanno voluto indicare che sono del tutto solidali con la linea del governo e che la questione catalana attiene allo Stato spagnolo.

Di fatto un placet a Rajoy per attivare il famigerato articolo 155, che dà facoltà al primo ministro di adottare le misure che ritiene necessarie a difendere gli interessi della nazione qualora una regione autonoma «non rispettasse gli obblighi imposti dalla Costituzione».

Consentirà quindi a Madrid di prendere direttamente il controllo della Catalogna ed eventualmente indire nuove elezioni.

Da qui la sicurezza con la quale il primo ministro spagnolo ha chiesto chiarezza al suo interlocutore: se cioè abbia o meno dichiarato l’indipendenza della Catalogna. Puigdemont ha cinque giorni per rispondere, questa la tempistica dettata da Madrid. Se la risposta sarà un sì, scatterà la tagliola dell’articolo suddetto.

Il presidente della Catalogna non sembra essersi riservato spazi per una qualche retromarcia. Non sembra cioè aver alzato il prezzo per ottenere un risultato minore, come si fa al mercato o in politica. D’altronde in questo scontro non c’è nulla di politico: è guerra aperta.

Potrebbe essere tentato dalla risposta affermativa per intraprendere la via del martire. Ma è possibile anche il ricorso ad un’altra formula evasiva, per tentare di rendere più odiosa e impopolare l’iniziativa di Madrid. Nella speranza di provocare una qualche mediazione in sede europea, più volte evocata.

Militari che presidiano Barcellona, arresti, manifestazioni, scontri, sangue: questo il futuro che si sta delineando.

La guerra civile spagnola non può non tornare alla memoria, anche se come eco lontana e quasi perduta. E il buio successivo nel quale precipitò l’Europa. Ora più che mai urge quel dialogo che entrambe le parti hanno evocato come parola vuota.

Le dichiarazioni di Puigdemont non hanno aiutato, anzi, anche se i leader di Podemos, partito di opposizione, hanno chiesto di dare credito a quell’apertura al dialogo con la quale ha voluto concludere il suo intervento.

Cinque giorni. Il tempo si è fatto breve.

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