10 ottobre

L’Iran, i neocon e l’isolazionismo di Trump

Il 5 ottobre un articolo del Washington Post fa il giro del mondo: Donald Trump intende de-certificare l’accordo sul nucleare iraniano. Una notizia che si basa su fonti anonime interne all’amministrazione americana, dal momento che il presidente sta mantenendo fede a quanto annunciato il 21 settembre scorso, quando aveva dichiarato di aver preso una decisione in merito, che però avrebbe rivelato a metà ottobre, cioè a ridosso della scadenza dell’intesa.

Questo perché l’accordo stipulato dal suo predecessore prevede che ogni tre mesi il presidente degli Stati Uniti deve rinnovarne la validità. Da quando è diventato presidente, Trump ha dato il suo placet per ben due volte, ma sembra che ciò non si ripeterà alla scadenza del prossimo 15 ottobre, come da scoop del Washimgton Post.

In questo caso la palla passerebbe al Congresso, che avrebbe 60 giorni di tempo per confermare o meno la decisione del presidente.

Non solo la revoca dell’accordo, pare che Trump sia seriamente intenzionato a contrastare l’Iran a tutto campo. Il 6 ottobre la portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders ha infatti dichiarato che, oltre che affrontare il problema del nucleare iraniano, Washington vuole  anche verificare la pericolosità dei «test dei missili balistici» effettuati da Teheran, contrastarne la spinta volta alla «destabilizzazione della regione», i suoi «attacchi informatici», oltre che prendere adeguati provvedimenti contro lo Stato che considera «primo sponsor del terrorismo internazionale».

Trump sarebbe dunque «alla ricerca di un’ampia strategia che affronti tutti questi problemi» causati dall’Iran, ha concluso la Sanders. Insomma, se si escludono terremoti e uragani, Teheran sarebbe responsabile di tutti i mali del mondo. Al di là, la conferenza stampa della Sanders sembra avvalorare quanto riferito dal Washington post.

Insomma, Trump sarebbe seriamente intenzionato a denunciare l’accordo, nonostante il parere contrario dei suoi generali, tra i quali spicca il ministro della Difesa James Mattis, e nonostante il parere dell’Agenzia per l’energia atomica (Aiea) che per bocca del suo presidente, Yukiya Amano, ha dichiarato che l’Iran sta rispettando i termini dell’intesa. E nonostante il parere di mezzo mondo e il dissenso di gran parte dell’apparato di intelligence e della difesa israeliano (vedi Piccolenote).

In realtà Trump non sembrava intenzionato a fare questo passo, altrimenti avrebbe scoperto da subito le sue carte. Seppur critico nei confronti dell’accordo, pareva potesse attestarsi su una posizione più moderata: non una revoca ma una riforma, conflittuale nei toni meno nella prassi.

Evidentemente la spinta dei neocon, irriducibili sul punto, e quella del premier israeliano Benjamin Netanyahu, altro irriducibile, si è fatta insostenibile. Trump non può più tergiversare sperando in un cedimento di tali ambiti. Così ha ceduto lui, o almeno sembra sia andata così, anche se le svolte repentine usuali al bizzarro presidente Usa non permettono ancora certezze.

La de-certificazione dell’accordo porterà ovviamente conseguenze nefaste, anche se ancora è difficile capirne la portata. Anzitutto perché tale intesa non è stata ratificata dalla sola America, ma anche da Russia, Cina e Unione europea.

Non è detto che tali Paesi seguano la strada intrapresa da Trump. Di certo non la Russia e la Cina; ma anche dall’Europa sono giunti appelli alla conservazione del trattato: tra i tanti quello del presidente francese Emmanuel Macron, del ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel e del primo ministro britannico Theresa May.

Il problema è che Trump ha fatto dell’isolazionismo una bandiera e la corsa in solitaria non dovrebbe spaventarlo, anzi. Bizzarro che i neoconservatori siano stati fieri avversari del suo isolazionismo, contrario al credo globalizzante al quale sono consegnati.

Tanto che alle presidenziali scelsero la candidata democratica Hillary Clinton. Oggi che tale isolazionismo coincide con i propri piani sul Medio oriente lo sposano con entusiasmo. Relativismo della politica.

Tante e negative le conseguenze per il mondo di un tale improvvido atto: tra le tante la ripresa del conflitto a bassa intensità tra Stati Uniti e Teheran, cosa che peraltro rafforzerà i falchi iraniani ad oggi molto ridimensionati.

Certo, identificare l’Iran come primo sponsor del terrore internazionale potrebbe non portare a una guerra diretta contro Teheran, a meno di non immaginare un conflitto a carattere globale (cosa comunque non da escludere: la follia dei neocon è senza limiti).

Ma di certo cambierebbe l’impegno americano in Medio Oriente: se oggi Iraq e Siria sono sul punto di liberarsi dal giogo dell’Isis è in forza dell’intervento russo a fianco dei reparti militari regolari dei due Paesi, ma anche delle milizie iraniane inviate in soccorso di Damasco e Baghdad.

Non solo hezbollah, che con Teheran conserva legami profondi, ma anche altre forze più propriamente iraniane. Tali milizie, dichiarate terroriste dagli Stati Uniti, potrebbero diventare obiettivi primari di un rinnovato avventurismo americano (nonostante abbiano contribuito non poco a ridimensionare l’Isis…).

Scenario da incubo, stante che l’Iran non potrebbe sottrarsi a un confronto che incendierebbe l’intero Medio oriente (e non solo).

Una crisi globale che andrebbe a intrecciarsi con l’altra crisi globale, quella che vede protagonista Pyongyang, e che rischia di andare fuori controllo. La denuncia dell’accordo sul nucleare iraniano impedirebbe un negoziato analogo con la Corea del Nord. D’altronde quando gli accordi hanno il valore di una carta straccia è vano siglarli.

Trump più di una volta ha stupito, cambiando linea da un giorno all’altro. Nel caso specifico purtroppo sembra davvero difficile (servirebbe un miracolo). Un eventuale correttivo a tale follia potrebbe venire dal Congresso americano, al quale spetterebbe l’ultima parola. Lo sanno bene anche i neocon, che non mancheranno di esercitare pressioni.

Come accennato, il Congresso avrebbe sessanta giorni per decidere. Giorni terribili.

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