5 ottobre

Erdogan e il neocolonialismo occidentale

Erdogan, l’ayatollah Kamenei e Rouhani

«La nostra antica geografia sta attraversando un periodo duro, doloroso e instabile in cui le carte vengono riprogettate e le mappe riconfigurate». Così Recep Erdogan in un discorso riportato da Sibel Ugurlu sul sito dell’Agenzia stampa Anadolu.

«Come per il secolo scorso», ha aggiunto il presidente turco, «il motto di questo secolo è “dividere e conquistare “. Questa strategia è stata attuata con successo e a lungo da ambiti coloniali globali».

Secondo Erdogan, sintetizza Anadolu, «scopo di tale strategia era quello di dividere la Siria e l’Iraq lungo le linee etniche e settarie per circondare il sud della Turchia».

Accuse dirette, quelle del presidente turco, di certo non rivolte agli attori regionali che si confrontano nel teatro di guerra iracheno e siriano, ma ad ambiti occidentali non specificati di facile intuizione.

Con queste accuse Erdogan si pone sulla stessa linea di Damasco e Teheran (e in parte Baghdad) che de tempo accusano l’Occidente di fomentare l’instabilità in Medio Oriente usando a tal fine le fratture etniche e religiose.

E cerca di giustificare il proprio ruolo nella macelleria siriana, sottendendo che il proprio impegno in quel teatro di guerra, fattore non secondario del conflitto, ha avuto uno scopo preventivo, cioè quello di evitare danni al suo Paese.

Al di là della labile quanto non convincente giustificazione del ruolo avuto dalla Turchia nel conflitto siriano, resta la critica all’Occidente e l’allineamento alle posizioni iraniane e siriane (e irachene).

Appare molto significativa in tal senso la visita di Erdogan a Teheran avvenuta in questi giorni, nel corso della quale ha incontrato non solo il presidente Hassan Rohani, ma anche l’ayatollah Ali Khamenei (peraltro la guida suprema iraniana non si concede facilmente).

Con tale iniziativa diplomatica Erdogan ha suggellato l’alleanza con l’asse sciita, mutamento geopolitico di importanza globale. A convincere Erdogan a fare questo passo, il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno, che ha creato nuova instabilità nella regione.

L’iniziativa curda, infatti, ha suscitato timori praticamente in tutti i Paesi che confinano con la nuova (eventuale) entità statale. Un particolare, quest’ultimo, peraltro ricordato da Erdogan per ammonire le autorità di Erbil a non fare ulteriori passi sulla via dell’indipendenza. Qualcosa che suona come: «Arrendetevi, siete circondati».

Peraltro il presidente turco è infuriato con Israele, che ritiene sia il regista delle mosse curde, tanto da accusare il mossad, il servizio segreto di Tel Aviv, di aver sostenuto se non organizzato la consultazione (un’accusa ovviamente respinta al mittente).

Una denuncia che, al di là delle informazioni in possesso del presidente turco, si fonda sul fatto che Israele sostiene apertamente la causa curda.

Tale sostegno ha creato nuove distanze tra Tel Aviv e Ankara, che pure lo scorso anno si erano riavvicinate chiudendo una dolorosa distanza pregressa (causata dall’attacco portato da militari israeliani ad alcune navi turche che portavano aiuti umanitari a Gaza).

La geopolitica mediorientale è mutevole, cambia da un giorno all’altro. Su tale costante variabilità si sono innestati disegni geopolitici altri, volti a ridisegnare i confini precedenti (sul punto Erdogan ha ragione). Da qui il conflitto permanente che ha generato mostri, come l’Isis e al Nusra.

Al neocolonialismo globale corrisponde il Terrore globale. Non è un caso, ma conseguenza necessaria.

 

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