3 ottobre

Russia e Siria aprono ai curdi

Mentre il referendum sull’indipendenza catalana infiamma la Spagna, un altro inquieta il Medio Oriente. Il parallelo referendum del Kurdistan iracheno, infatti, rischia di incendiare la regione, dal momento che è avversato dell’Iraq, che perderebbe parte del suo territorio (peraltro ricco di petrolio), ma anche da Iran e Turchia, che temono che il nuovo Stato possa alimentare spinte revansciste nelle minoranze curde che vivono nei propri confini (e altro).

Ma mentre in Spagna il governo centrale ha tentato di evitare la consultazione con la forza, in Iraq essa si è tenuta senza alcun contrasto da parte delle autorità centrali, nonostante l’accesa contrarietà.

Un atteggiamento dettato dalla consapevolezza che un intervento avrebbe innescato un subitaneo conflitto che le autorità irachene vogliono evitare.

Ma, forse per ottemperare al detto “si vis pacem para bellum”, gli iracheni hanno iniziato presidiare i confini dell’eventuale Stato curdo e impegnare le proprie truppe in esercitazioni congiunte con quelle turche.

In questa prospettiva va segnalata anche la visita del Capo di Stato maggiore turco, il generale Hulusi Akar, a Teheran, dove ha incontrato il suo omologo iraniano, il generale Mohammad Bagheri.

Si tratta di manovre preventive che servono a delineare contromisure coordinate per sostenere un eventuale conflitto innescato dall’improvvido referendum, che può scatenarsi da un momento all’altro.

Lo sanno bene anche le autorità del Kurdistan, le quali sono consapevoli che dare piena realizzazione al referendum rischia di provocare una guerra. Che Erbil potrebbe sostenere solo in coordinato disposto con gli ambiti internazionali che li stanno sostenendo (nella prospettiva di usare il nuovo Stato per creare instabilità nell’area di influenza iraniana e in Turchia).

Ambiti dei quali le autorità del Kurdistan farebbero bene a non fidarsi eccessivamente: potrebbero non bastare a risparmiare ai curdi una catastrofe, stante che la geografia condanna la nuova entità politica a essere praticamente accerchiata dagli Stati contrari all’avventurismo delle sue autorità.

Proprio in questa prospettiva va vista la visita di Putin in Turchia di questi giorni, di alto significato geopolitico perché evidenzia il consolidarsi del legame che si è ormai instaurato tra Mosca e Ankara.

Un legame anche a livello militare: negli stessi giorni i turchi hanno comunicato di aver versato la prima rata per l’acquisto degli S-400 russi, un sofisticato sistema di difesa anti-aerea da usarsi, del caso, contro i velivoli Nato.

La visita di Putin ha consolidato l’accordo di Astana, che vede in Iran, Turchia e Russia i garanti della tregua instaurata in alcune zone della Siria, che ha permesso a Damasco di focalizzare le sue operazioni militari nella lotta contro l’Isis.

Ma ha anche indicato che la Turchia cerca nella Russia un appoggio contro la minaccia posta dall’eventuale nascita del Kurdistan e dalla sua meno eventuale strumentalizzazione da parte degli ambiti internazionali suddetti.

Putin, pur elogiando l’apporto della Turchia nella risoluzione del conflitto siriano, non ha risposto a domande sulla questione curda, limitandosi a indicare che la posizione russa è quella espressa in precedenza dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

Così Lavrov: «Mosca rispetta le aspirazioni nazionali dei curdi. Riteniamo che tutte le controversie tra il governo federale iracheno e il governo della regione autonoma curda possano essere risolte e dovrebbero essere risolte attraverso un dialogo costruttivo e rispettoso, al fine di elaborare una formula reciprocamente accettabile di coesistenza all’interno di un unico stato iracheno».

Un atteggiamento conciliante quello di Mosca, che fa pendant con la dichiarazione del ministro degli Esteri  siriano, Walid al Muallem, che il 26 settembre, pur ribadendo la contrarietà del suo Paese all’indipendenza del Kurdistan iracheno, ha affermato:  «I curdi siriani vogliono una forma di autonomia all’interno dei confini dello Stato. È una cosa negoziabile su cui si può aprire un dialogo». Un negoziato che potrà avere luogo, ha specificato, dopo la liberazione della Siria dall’Isis.

Il riferimento di Muallem è ai curdi che vivono nella regione del Rojava, dove agiscono per lo più le milizie del pkk (partito comunista curdo) considerate terroriste dalle autorità curde irachene e dai turchi (e tanti altri).

Un garbuglio di destini, che evidenzia la divisione esistente tra curdi e quanto sia romantica e poco agganciata alla realtà l’idea di uno Stato curdo.

Romantica ma utile a quanti lavorano nell’ombra per portare nuova instabilità nella regione dopo il ridimensionamento dell’Isis ad opera delle forze siriane, di hezbollah, iraniane e russe.

La Russia e la Siria, aprendo le porte al negoziato, tentano di disinnescare la miccia accesa dal referendum curdo. Forse non basterà a evitare il peggio, ma il tentativo va nella direzione  giusta. Può favorire un attutimento delle tensioni regionali.

Nota a margine. Abbiamo omesso l’opera di contrasto all’Isis condotta dagli Stati Uniti e dai loro alleati sul terreno (milizie curde e jihadiste). Ciò non solo perché avviene in maniera più che blanda (potrebbero spazzar via l’Agenzia del Terrore in due giorni), ma anche perché tale contrasto si intreccia con interessi diversi, anzitutto quello di contenere e limitare l’area di influenza iraniana nella regione.

Da qui operazioni militari a geometria variabile, dirette per lo più a guadagnare ai propri alleati aree di territorio siriano nel quale collocare basi militari americane.

Da qui anche un atteggiamento ambiguo rispetto all’eventuale nascita di uno Stato curdo: da una parte la condanna formale, dall’altra un sostegno sottotraccia. La nuova entità politica, infatti, è funzionale a questa strategia di contenimento. 

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