28 settembre

Pablo Picasso, saltimbanco

La mostra appena aperta alle Scuderie del Quirinale a Roma documenta proprio questo momento straordinario in cui a Picasso riusciva tutto facile e tutto allo stesso tempo monumentale. In quel 1923 Picasso aveva dipinto una serie di quadri destinati a diventare iconici. E dipinse anche questo, che certamente è meno visto e meno noto. Un quadro “improvvisato”, in cui Picasso spadroneggia con quella sua spavalderia che gli permette di lasciare mezza tela grezza, senza cancellare i segni di una precedente impostazione dell’opera poi abbandonata.

È un Picasso che con pochi segni domina lo spazio e che soprattutto con un segno nero sicuro, senza sbavature traccia il contorno della figura. Un segno che delimita potentemente la sagoma e che poi viene “riempito” con il colore, quel rosso abbagliante e sorprendente che aggancia con la sua energia il nostro occhio.

Ma il cuore di quest’opera è certamente nel volto del ragazzo, bellissimo, assolutamente disinvolto nella sua posa, perfettamente a suo agio davanti al cavalletto di quel genio onnivoro che era Picasso.

Per questo si resta colpiti da come, dentro l’orizzonte di certezze che come una raffica si trasformavano in immagini potenti, si insinui qualcosa di non previsto: ed è lo sguardo del saltimbanco che ignora il suo interlocutore (Picasso) e si abbandona invece a un pensiero profondo, tutto suo.

È uno sguardo intenso, sganciato dalla contingenza. Uno sguardo “non pensato” per quanto denso di pensiero, uno sguardo assorbito dall’intensità misteriosa dell’istante. Di ogni istante. Ecco perché nello sguardo del saltimbanco cogliamo uno struggimento non previsto. Uno struggimento scappato di mano allo stesso Picasso. Ma i grandi quadri sono sempre quelli che sfuggono dalle mani dei loro autori.

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