26 settembre

Kurdistan: si vota per l’indipendenza

Masud Barzani e Recep Erdogan

Si sta votando nel Kurdistan iracheno e la posta in palio è la nascita di uno Stato curdo. Un referendum importante che se da un lato porta a compimento l’aspirazione di un popolo apolide, disperso tra varie nazioni del Medio oriente, dall’altro viene visto come una minaccia dagli Stati confinanti con l’eventuale nuova entità politica.

Una minaccia sentita da presso dall’Iraq, che teme la perdita di una parte importante del suo territorio nazionale, e si fa forte della sentenza della Corte Suprema, che ha dichiarato illegale il referendum, per evocare scenari cupi, tra i quali la repressione di un eventuale passo ulteriore verso la concretizzazione di quella che considera un’indebita secessione.

Una querelle resa incandescente anche per la pretesa del Kurdistan di annettersi aree di territorio iracheno più ampie dell’attuale governatorato, solo per il fatto che sono abitate da minoranze curde.

Cruciale il nodo di Kirkuk, città chiave per il controllo di vaste aree petrolifere (non per nulla fu il primo obiettivo dell’Isis al suo apparire), dove si è svolto un duello silenzioso. Le autorità locali, favorevoli all’annessione al nuovo Stato, sono state esautorate, e durante la consultazione è stato emanato, a futuro monito, il coprifuoco.

«Questo passo aumenterà l’instabilità e le difficoltà della regione del Kurdistan», ha dichiarato la portavoce del Dipartimento di Stato americano Heather Nauert, che ha aggiunto: «La lotta contro l’Isis non è finita e i gruppi estremisti cercano di sfruttare l’instabilità e la discordia. Crediamo che tutte le parti dovrebbero impegnarsi costruttivamente in un dialogo per migliorare il futuro di tutti gli iracheni».

Eppure, nonostante abbiano espresso la loro contrarietà, gli Stati Uniti non hanno fatto particolari pressioni sul governo del Kurdistan per farlo recedere dalla decisione di indire il referendum, anzi hanno fatto pesare la propria presenza militare nella regione per scoraggiare eventuali azioni militari di turchi e iracheni volte a impedirlo.

Un atteggiamento ambiguo, che può essere spiegato dalla geopolitica: un Kurdistan indipendente rappresenta un’opportunità per quanti, negli Stati Uniti e altrove (Arabia Saudita e Israele ad esempio), immaginano il nuovo Stato come un cuneo innestato nel cuore della mezzaluna sciita, ovvero quell’area che va da Teheran al Libano che si è creata a seguito dall’annoso conflitto in Siria e Iraq.

Tali ambiti, infatti, vedono la mezzaluna sciita come una minaccia ai propri interessi nella regione e alla propria sicurezza.

Per contro, a sentirsi minacciati dalla nuova entità sono proprio quegli Stati che avevano immaginato la mezzaluna sciita come esito finale di quella guerra per la sopravvivenza ingaggiata da anni contro le milizie sunnite scatenate in Siria e Iraq (tra le quali l’Isis e al Qaeda).

Vinta la guerra, anche se ancora non in via definitiva, le autorità di tali Stati avevano sperato che la creazione della mezzaluna sciita li ponesse al riparo da ulteriori spinte destabilizzanti. Non è andata così: il referendum del Kurdistan rischia, come ha spiegato anche Nauert, di creare altra e più pericolosa instabilità.

Non solo gli sciiti, anche la Turchia teme e denuncia la minaccia posta dalla nuova entità curda, perché teme possa alimentare spinte secessioniste di quell’area turca abitata dalla minoranza curda contro la quale ha ingaggiato una pesante repressione.

A più riprese le autorità turche hanno minacciato sfracelli contro la nuova entità statale, ma è più che interessante l’ultima accusa mossa da Recep Erdogan al presidente di quello che è ancora il Kurdistan iracheno, Masud Barzani, l’artefice del controverso referendum: lo ha infatti accusato di «tradimento».

Parola non casuale, dal momento che Erdogan ha conservato per anni rapporti più che fecondi con Barzani, che ha avuto alleato nello scontro contro il Pkk, il partito comunista curdo, forte soprattutto in Siria.

I due hanno infierito per anni, di comune accordo, contro i miliziani del Pkk, in Iraq e in Siria. E hanno trovato lucrosi accordi sul petrolio curdo, che viene commercializzato tramite un oleodotto che attraversa la Turchia.

Ora che il tradimento si è consumato (chi è causa del suo mal…), la Turchia fa la voce grossa ed è in prima fila sul fronte degli oppositori allo Stato curdo.

Situazione rischiosa. L’esito del referendum è scontato, ma non altrettanto scontata è la realizzazione effettiva dello Stato, prevista successivamente

Si spera nelle mediazioni incrociate: quella degli Usa, se decidono di sciogliere le proprie ambiguità e perseguire un cammino di stabilizzazione (cosa al momento difficile). E quella dei russi, i quali, pur conservando solidi legami con Iraq e Siria, e in subordine con la sempre ambigua Turchia, non hanno preso una posizione netta contro il referendum.

I curdi sentono di aver diritto a un proprio Stato, almeno nella loro maggioranza, ma nel loro ambito c’è chi crede in una soluzione negoziata che eviti ulteriori conflitti. Tale propensione potrebbe permettere alla Russia, magari in coordinato disposto con gli Stati Uniti, di esercitare un ruolo di mediazione tra le parti.

L’alternativa è un disastro. Come si evince anche da una nota diramata dal capo di Stato maggiore iracheno, il generale Othman al Ghanami, che ha dato notizia dell’inizio di esercitazioni militari congiunte, «su larga scala», di forze di Baghdad e di Ankara ai confini della Turchia (e dell’eventuale Stato curdo).

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