21 settembre

Il nucleare iraniano e quello coreano

L’accordo sul nucleare iraniano è «solido, robusto e verificabile», ha detto Emmanuel Macron in sede Onu, facendo da contraltare all’attacco alzo zero che a tale intesa ha fatto Donald Trump nella stessa sede.

Certo, il presidente francese ha aggiunto che si può migliorare, ma si tratta di dettagli in quello che i media hanno riportato come uno scontro aperto, una sorta di riedizione dello confronto tra George W. Bush e Jacques Chirac ai tempi della guerra irachena, anche se molto meno acceso.

Di questo duello a distanza ha parlato il politologo Dominique Moisi in un’intervista al Corriere della Sera del 20 settembre, spiegando che «Non credo che Trump voglia attaccare la Corea del Nord e neanche denunciare davvero l’accordo con l’Iran. Il suo stile consiste nel parlare forte ma non necessariamente agire di conseguenza, e meno male».

Aggiungendo che «Il dittatore nordcoreano potrebbe chiedersi “perché devo essere ragionevole, se non lo è il presidente degli Stati Uniti?” Criticando l’accordo firmato dagli Usa sul nucleare iraniano, Trump ha mostrato di attribuire un valore relativo ai trattati. E allora a che serve fare negoziati per giungere a un accordo che poi l’America potrebbe non rispettare».

Intelligente analisi, anche se è davvero difficile immaginare come Trump possa continuare a rispettare l’accordo con l’Iran così com’è stato disegnato dal suo predecessore. Troppe le critiche per non prevedere se non una denuncia, almeno una revisione che appaia conseguente agli occhi di quanti lo pressano per mandare all’aria l’intesa.

Trump ha annunciato al mondo di aver preso una decisione in merito, anche se si è riservato di rivelarla al momento opportuno. Tale decisione è stata presa in concomitanza con l’incontro tra il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e il suo omologo americano, Rex Tillerson.

Un incontro, che Tillerson ha definito cordiale, anche se ha dichiarato di non sapere «se in futuro sarà possibile raggiungere un punto di incontro sulla questione del patto nucleare». Aggiungendo che, benché l’Iran abbia rispettato le clausole, ha «violato lo spirito del patto».

Al di là della facile ironia sullo spiritismo che permea questa dichiarazione, è possibile, stante la concomitanza accennata, che i due abbiano concordato punti di un cammino di revisione dell’intesa. Questa almeno la speranza, ché la denuncia dell’accordo innescherebbe conflitti non controllabili in Medio Oriente e renderebbe più difficile, se non impossibile, un accordo simile di non proliferazione nucleare con la Corea del Nord, come accenna Moisi.

Tanti i fattori in sospeso: l’America, denunciando l’accordo, potrebbe rischiare di trovarsi isolata sul piano internazionale: l’Europa potrebbe infatti tener fede all’intesa insieme a Russia e Cina, cosa che, seppur in linea con l’isolazionismo di cui Trump si fa portatore, potrebbe risultare dannosa per gli interessi americani.

Di certo, la denuncia dell’accordo non risulterebbe indolore per gli interessi di Stati Uniti e di Israele, i cui governanti stanno spingendo Trump al conflitto con Teheran, neanche in Medio Oriente.

Se prima dell’accordo la minaccia di un bombardamento preventivo contro Teheran ribadita a ogni piè sospinto dai neocon era prospettiva reale, oggi lo è meno. La guerra siriana ha consegnato nuove opportunità e nuovi alleati all’Iran, stante che la sua influenza oggi va da Teheran al Mediterraneo.

Lo sanno bene le forze di sicurezza e di intelligence israeliane, che prevedono disastri in caso di un conflitto aperto con l’Iran a seguito della denuncia del trattato nucleare.

Tutto è cambiato, anche l’accordo può cambiare, in un nuovo negoziato, seppur contrastato, tra Washington e Teheran. Questa è la via di un compromesso possibile, l’alternativa sarebbe un disastro geopolitico di dimensioni globali. Dal Medio Oriente alla Corea, appunto.

 

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