15 settembre

Il dramma dei Rohingya e il Kosovo

In Birmania, sotto gli occhi di tutto il mondo, si sta consumando una crisi umanitaria devastante, che vede il popolo Rohyngia schiacciato sotto il peso di una persecuzione senza precedenti.

Da sempre i Rohyngia, che vivono nello stato (regione) di di Rakhine, sono discriminati, a causa della loro diversità di razza e religione: non sono buddisti ma musulmani ed etnicamente sono affini alle popolazioni del vicino Balgladesh.

Non hanno diritto di cittadinanza, perché appunto considerati “stranieri”, con tutto ciò che consegue. E spesso, negli anni passati, sono stati oggetto di violenza da parte della maggioranza buddista e del governo. A loro volta, in seno ai Rohyngia, sono nati gruppi di ribelli votati alla causa del loro popolo.

Proprio un’azione dei ribelli ha scatenato la crisi attuale: il 25 agosto hanno messo a segno un’operazione spettacolare: 70 i morti, tra cui molti tra le loro fila, in un attacco coordinato, diretto a 30 obiettivi tra commissariati, luoghi di frontiera e basi militari situate nello Stato di Rakhine.

Un’operazione sofisticata e senza precedenti, che ha allarmato il governo centrale, il quale ha dato il via a una repressione a tutto campo contro i Rohingya. Oltre mille sarebbero le vittime secondo le stime dell’Onu, calcolando anche i morti dell’esercito regolare, e 250mila gli sfollati, i quali cercano riparo nel vicino Bangladesh.

Il media del mondo rimandano foto e video agghiaccianti. Immagini di un popolo in fuga dall’orrore che suscitano commozione e, insieme, richieste al governo birmano perché fermi le operazioni militari.

Appelli che si incrociano con gli interrogativi riguardo il presidente Aung San Suu Kyi, il cui silenzio sulle violenze stride con il nobel della pace a lei assegnato.

Fin qui abbiamo riportato la narrazione comune, quella che dai media mainstream rimbalza sulle fonti di informazione minori; una narrazione in bianco e nero, come d’uso.

Che ad esempio non tiene conto delle radici del problema, cosa che fa Tasnima Uddin sull’Indipendent del 6 settembre, che spiega come gli inglesi durante la seconda guerra mondiale avessero promesso ai Rohingya una patria in cambio della loro collaborazione al conflitto: promessa disattesa. Come disattesa fu la richiesta di esponenti di tale popolazione di esser parte del Bangladesh, per evitare i più che prevedibili problemi successivi.

Ma gli errori del passato non giustificano ovviamente le atrocità attuali. Atrocità che i dirigenti birmani negano. Il presidente Suu Kyi il 6 settembre ha affermato che sulla questione c’è molta «disinformazione» alimentata ad arte dai ribelli.

In effetti, alcune delle notizie circolate questi giorni sono risultate prive di fondamento. Ma certo il dramma esiste e va affrontato.

Resta che mentre la tragedia dei Rohingya occupa tanto spazio nei media mainstream, altre ne hanno meno. Ad esempio non c’è spazio per la tragedia in cui versa il popolo yemenita, contro i quali i sauditi e la coalizione internazionale da loro guidata martellano senza posa.

Il 30 agosto, l’Onu ha reso noto che dall’inizio del conflitto, che dal marzo 2015 oppone la coalizione suddetta ai ribelli houti, sono morte oltre 10.000 persone (dati ufficiali registrati da ospedali etc., quindi il bilancio reale è molto più alto).

Il 21 febbraio del 2017, sempre le Nazioni unite, hanno notificato che «l ’11 per cento della popolazione yemenita, ovvero circa 3 milioni di persone, è stata costretta ad abbandonare le proprie case in cerca di sicurezza». Numeri da mattatoio, appunto, del tutto ignorati.

Da qui la domanda del perché la tragedia dei Rohingya trova invece tanto spazio sui media. Interessante, sul punto, quanto scrive Andrew Korybko che, in un’analisi pubblicata sul sito Sputnik, fa un parallelo tra quanto sta accadendo in Birmania e quanto successo in Kosovo.

Anche allora ci fu una campagna di informazione volta a descrivere la “pulizia etnica” dei “kosovari”, etnia mai sentita prima come adesso i Rohingya. Una campagna che ha destato indignazione nel mondo islamico e ha attirato, come potrebbe avvenire in Birmania, terroristi e miliziani vari, richiamati dal dovere di soccorrere i propri correligionari.

Come in Kosovo. è possibile che al soccorso islamico possa sommarsi un intervento internazionale di tipo «umanitario». Al contrario, se il conflitto degenerasse e si creasse una sacca di Terrore sul modello del Califfato, potrebbe innescare un intervento anti-terrorismo simile a quello condotto dagli Stati Uniti in Siria e Iraq.

Un intervento che può guadagnare a chi lo conduce il controllo di aree strategiche nelle quali porre installazioni militari (come accaduto in Iraq e Siria).

Korybko aggiunge che un eventuale «Rohingyaland” formalmente indipendente che però ospitasse basi militari americane, sul modello del Kosovo liberato, sarebbe una spina nel fianco per la Cina, che vedrebbe minacciato lo sviluppo della Via della Seta nella regione vitale del Sud-Est asiatico (peraltro sul Rohingyaland insistono due gasdotti che Pechino considera più che importanti).

Korybko rammenta anche che il governo della Birmania è impegnato in vari conflitti nelle aree periferiche del Paese: è dunque a rischio «balcanizzazione». Un rischio che aumenterebbe esponenzialmente nel caso di un processo destabilizzante che portasse alla nascita di un Rohingyaland. Processo analogo, anche qui, a quello Jugoslavo.

Si creerebbe in questo caso un’area di “stabile destabilizzazione” alle frontiere Sud orientali della Cina. Così Pechino, oltre al confronto a bassa intensità che la vede impegnata a Oriente contro Giappone, Stati Uniti e Corea del Sud, dovrebbe sostenere le fatiche e i costi derivanti dalla gestione della destabilizzazione sul fronte Sud-Est.

Quelle di Korybko sono tesi che non sposiamo in toto, ovviamente, ma di certo interesse. Non si tratta di complottismo, ma di banale geopolitica, dominata oggi dal confronto globale tra Stati Uniti e Cina (quello tra Washington e Mosca è collegato e necessitato da tale scontro, ma è marginale; sul punto vedi Piccolenote).

Di certo, la situazione può assumere forme ancor più nefaste, non solo per l’incrudelirsi del conflitto tra governo e ribelli. Va tenuto in debito conto, infatti,  che nella regione è attiva l’Agenzia del Terrore: sul punto si può ricordare la strage di Dacca, capitale del vicino Bangladesh, quando l’Italia pianse le tante vite perse nell’attentato del 1º luglio 2016.

L’Egitto si è fatto promotore di un’iniziativa Onu tesa a porre fine alla tragedia. Una notizia che riprendiamo da Xinhua, l’Agenzia di stampa cinese, che ieri dava conto anche della dichiarazione del portavoce di Suu Kiy, ii quale ha annunciato un intervento del presidente per il prossimo 19 settembre, all’insegna della «riconciliazione» nazionale.

La tragedia umanitaria dei Rohingya non può essere ignorata e urge una risoluzione a breve. Allo stesso tempo occorre vigilare affinché nessuno tenti di strumentalizzarla. Operazione particolarmente odiosa perché lucra sul dolore innocente.

Ps. Abbiamo usato, perché più noto e comune, il vecchio nome del Paese; la Birmania oggi si chiama Myanmar.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page
per sostenere il piccolenote