12 settembre

La Corea del Nord può rinunciare al nucleare?

Ieri l’Onu ha varato sanzioni contro la Corea del Nord, votate all’unanimità. Misure che sono state dichiarate eccessivamente morbide dall’ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley. Ma è andata bene così: sconfitto l’unilateralismo americano, il mondo ha potuto parlare a una voce sola, inviando un severo monito a Pyongyang, ma non costringendola in un angolo, dal quale poteva solo sparare, innescando reazioni imprevedibili quanto devastanti a livello globale.

Sulla crisi coreana, la Repubblica del 12 settembre intervista Andrei Lankov, direttore del Korea Risk Group, più che informato sul punto, il quale spiega come l’esercito della Corea del Nord, in in caso di un attacco nemico, abbia l’ordine di bombardare subito il Sud, senza aspettare conferma.

Pyongyang  sa bene che gli Stati Uniti, in caso di blitz improvviso, farebbero subito collassare il suo sistema di comunicazione. Da qui l’automatismo difensivo.

«Se pensate che la Corea del Nord possa rinunciare all’atomica», aggiunge Lankov, «scordatelo: non accadrà. Punto». Per Pyongyang l’atomica è vitale, perché teme di fare la fine dell’Iraq.

Lo ha ricordato Vladimir Putin, che in questi giorni ha detto: ricordatevi Saddam Hussein. «Rinunciò alla produzione di armi di distruzione di massa e fu distrutto. La sua famiglia uccisa. Il Paese demolito e lui impiccato. Lo sanno tutti. E lo sanno tutti in Corea del Nord».

Lo sanno anche i cinesi, che pure quell’atomica non la vogliono. Spiega Lankov: «I cinesi vedono tre opzioni. La Corea del Nord ormai denuclearizzata: brutta ipotesi. La Corea del Nord strangolata dalle sanzioni, quindi al collasso e magari unificata in stile Germania, nel nome del Sud alleato degli Stati Uniti: bruttissima ipotesi».

«La Corea in uno stato di guerra civile magari dopo un blitz Usa e sempre con il prospetto dell’unificazione: pessima ipotesi, il peggio del peggio. Neppure ai cinesi piace, ma la Corea del Nord nuclearizzata è il male minore».

Il dialogo tanto invocato da Pechino, serve, anzi è vitale, per prendere tempo, per frenare l’assertività americana, «perché se c’è la possibilità di una qualche azione militare non è per un attacco disperato di Pyongyang su Seul: è per un blitz americano che innescherebbe una guerra enorme».

Difficile che si acceda all’ipotesi di mediazione avanzata da russi e cinesi: la fine dei lanci missilistici in cambio della rinuncia Usa a manovre militari congiunte con Corea del Sud e Giappone in chiave anti-Pyongyang. «Gli americani non l’accetteranno mai. Ma neppure i nordcoreani», spiega Lankov.

Così Pyongyang sembra destinata a continuare a lanciare missili, perché «per avere un sistema missilistico soddisfacente devi fare un certo numero di test». Una situazione che potrebbe precipitare, con conseguenze catastrofiche, ma che potrebbe trascinarsi a lungo.

«Fino a quando gli americani realizzeranno che la denuclearizzazione è impossibile e cercheranno un compromesso: ma non a breve. Accordi da guerra fredda. L’arsenale di Pyongyang sotto restrizione in cambio di concessioni di Washington e Seul, anche finanziarie».

Vedremo. La speranza di un attutimento di queste pericolose tensioni in Estremo Oriente resta. Il voto dell’Onu potrebbe aiutare.

Al di là degli imprevedibili sviluppi futuri, a queste note sembra si possa aggiungere che la Corea del Nord ha ancora impresse nella memoria le ferite subite durante la guerra del 1950-53 (la prima guerra globale dopo la fine della seconda guerra mondiale, dal momento che vide il confronto tra Usa e Cina).

Guerra che si chiuse con un armistizio che ancora dura, dal momento che la pace non è stata mai firmata. Ecco quanto riporta il sito americano Veteran Today, veterani americani appunto:

Durante un’audizione al Congresso del 1951, il generale Douglas MacArthur spiegò: «Mi ritiro con un orrore che non posso esprimere con parole».

Un altro generale americano che aveva partecipato al conflitto, Curtis Lemay, disse: «Abbiamo distrutto settantotto città e migliaia di villaggi della Corea del Nord, uccidendo innumerevoli civili… In tre anni abbiamo ucciso il 20% della popolazione»… «Abbiamo bruciato tutte le città della Corea del Nord», diceva il generale.

A questo proposito, Robert M. Neer, docente del Dipartimento di Storia della Columbia University, riporta nel suo libro: “Napalm, una biografia americana”:

«Nel 1950 sulla Corea [del Nord ndr.] sono stati sganciati ogni giorno circa 21.000 galloni di napalm. Quando la guerra si è intensificata per l’intervento della Cina, quel numero si è più che triplicato (…) Sulla Corea sono state lanciate un totale di 32.357 tonnellate di napalm, circa il doppio di quello che è stato sganciato sul Giappone nel 1945. Non solo, gli alleati hanno tirato più bombe sulla Corea che nel teatro di guerra del Pacifico durante la seconda guerra mondiale: 635.000 tonnellate, contro 503.000 tonnellate».

Al di là dei torti e delle ragioni di quella vecchia guerra, queste ferite non aiutano Pyongyang a guardare con serenità le manovre militari americane a ridosso delle proprie coste e dei propri cieli.

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