30 agosto

I missili della Corea e lo sceriffo americano

Il missile lanciato dalla Corea del Nord sui cieli del Giappone ha nuovamente infiammato l’Estremo oriente. Guido Santevecchi, sul Corriere della Sera del 30 agosto, analizza le dinamiche dell’accaduto, rilevando come la lunga gittata del missile ha lo scopo di dimostrare agli Stati Uniti che Pyongyang ha l’effettiva capacità di colpire Guam, dove sono collocate le più importanti basi militari americane in Estremo oriente, come minacciato dal presidente nordcoreano Kim Jong-un.

Ma dirottando il lancio verso il Giappone, «alla larga dalla rotta Sudest verso Guam», Pyongyang ha voluto evitare una provocazione diretta all’America, che avrebbe potuto innescare reazioni altrettanto dirette. Altra «sorpresa» il fatto che il missile sia stato lanciato da una base militare prossima a Pyongyang e non da una base costiera, come in passato.

Una scelta dovuta a un «doppio motivo: per dimostrare l’estrema mobilità degli Hwasong-12 [l’ultima generazione di missili nordcoreani ndr], trasportati da camion lanciatori difficili da rilevare; e rendere di fatto impossibile un’azione preventiva e mirata degli americani per evitare il lancio».

Nel suo articolo, Santevecchi spiega le mosse di Pyongyang come una partita a poker, la cui posta però è tragicamente alta: sarebbero 64.000 le vittime a Seul, solo nel primo giorno di guerra.

Sulla Repubblica dello stesso giorno, Federico Rampini accenna alla preoccupazione che serpeggia in Giappone e Corea del Sud, Paesi protetti dall’ombrello militare americano, spiegando: «I due Paesi in prima fila nel subire un eventuale attacco da Pyongyang devono fare i conti con l’imprevedibilità di questa amministrazione Usa».

«Un autorevole senatore repubblicano esperto di politica estera, Lindsay Graham, ha riassunto così il tenore di un suo recente colloquio con Trump: se guerra deve esserci, la carneficina sarà “over there”: laggiù, non a casa nostra. Per Tokio e Seul è un campanello d’allarme. La protezione americana è a doppio taglio».

Graham, un falco neocon, aveva riferito anche che Trump gli avrebbe rivelato che era pronto a dichiarare guerra a Pyongyang, e che l’opzione militare prevede di «distruggere il programma (missilistico e nucleare) della Corea del Nord e la stessa Corea del Nord», come riferisce Gregorio Sorgi sull’Huffington Post. Dichiarazioni alquanto allarmanti, smentite poi dal Segretario di Stato Usa Rex Tillerson.

E però il problema accennato da Rampini resta. La politica americana rispetto alle provocazioni di Kim Jong-un dovrebbe tener conto anche delle conseguenze che un conflitto in estremo Oriente avrebbe sui Paesi della regione. Ma il rischio che si basi solo sull”interesse” degli Stati Uniti è alto.

Così l’opzione bellica, che dovrebbe essere relegata a ultima ratio, rischia di diventare un’opzione tra le altre. L’idea di sciogliere il nodo gordiano con la spada nel caso specifico non è solo semplicistica, è tragica.

E copre la vera natura della crisi, che nasce dalla mancanza di un serio dialogo tra Russia, Cina e Stati Uniti: è alquanto ovvio che se le tre potenze globali si mettessero d’accordo il problema Kim Jong-un sarebbe risolto in un battito di ciglia.

Un dialogo impossibilitato dal fatto che Washington ha rotto i rapporti con Mosca, indicata come il male assoluto (vedi alla voce Russiagate). Quanto alla Cina, essa non è vista come un interlocutore con il quale confrontarsi per evitare l’escalation, ma come un mero tramite. Per Washington Pechino deve limitarsi a frenare il suo focoso vicino e basta. Un alunno cui il maestro assegna un compito.

Così l’America resta sorda ai richiami di Pechino, che da tempo chiede agli Usa di evitare iniziative che a Pyongyang suonano come una minaccia diretta, e non senza ragioni. Il missile lanciato ieri, infatti, ha fatto notizia sui media occidentali, ma sui media nordcoreani hanno fatto notizia le reiterate manovre militari congiunte condotte da Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti ai confini del Paese. Una minaccia diretta, appunto.

Non solo: da tempo la Cina chiede agli Stati Uniti di rinunciare all’installazione del sistema anti-missile Tahad in Corea del Sud che, accusa Pechino, farebbe saltare l’equilibrio strategico dell’intera regione.

Anche il nuovo presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, aveva più volte espresso la propria contrarietà a tale dispositivo bellico (vedi Piccolenote), ma ciò prima delle elezioni che lo hanno visto vittorioso, poi evidentemente è stato persuaso del contrario… Washington si limita semplicemente a ignorare la protesta cinese, che ha un certo fondamento.

Insomma, gli Stati Uniti stanno affrontando questa crisi come fossero lo sceriffo del villaggio, con tutti i rischi del caso. Bizzarro, o forse no, che i media che finora hanno dipinto Trump come un rozzo fascista guerrafondaio, siano entusiasti del suo attuale approccio al problema nordcoreano.

Russi e cinesi hanno indicato un modo semplice per risolvere il problema: i duellanti devono rimettere le pistole nelle apposite fondine. In altre parole Kim Jong-un smette di lanciar missili all’intorno e i suoi avversari smettono di far manovre militari che simulano un attacco alla Corea del Nord. Purtroppo non siamo in tempi semplici. Né a Pyongyang né a Washington.

Ps. CI permettiamo di evidenziare una singolarità. Spesso, nelle ricorrenze della infinita crisi nordcoreana, si fanno calcoli riguardanti le vittime che un eventuale conflitto produrrebbe nella Corea del Sud (ne abbiamo dato conto anche nella nota).

Mai uno straccio di stima dei morti civili che tale conflitto produrrebbe nella Corea del Nord. Evidentemente non interessano. Si tratta di persone che hanno scelto di nascere nel Paese sbagliato: non più esseri umani, solo nordcoreani…

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