29 agosto

L’Iran e il Medio Oriente

Un nuovo fermento attraversa il Medio oriente, e il rigido schematismo che vede contrapposti sciiti e sunniti, narrazione che ha egemonizzato le cronache degli ultimi anni, si sta incrinando. Un rimescolamento che vede crescere l’importanza dell’Iran nella regione, cosa che suscita preoccupazioni in tanti ambiti.

In questi giorni il Capo di Stato maggiore iraniano, il generale Mohammad Hossein Bagheri, è volato in Turchia, una «visita senza precedenti» spiega l’agenzia ufficiale di Teheran, dati i rapporti conflittuali tra i due Paesi.

Una visita di alto livello, dal momento che il generale non ha incontrato suoi omologhi, come da prassi diplomatica, ma il ministro della Difesa e lo stesso presidente, Recep Erdogan.

A confermare l’importanza dell’evento, il grande risalto che alla visita hanno dato i giornali filo-governativi. «Il Turkish Daily Sabah, citando fonti diplomatiche di Ankara, definisce gli incontri una “pietra miliare” nei rapporti fra Iran e Turchia. Essi sono stati resi possibili grazie alla “volontà comune” di trovare accordi per risolvere le annose crisi in Iraq e Siria», riporta Asianews il 16 agosto.

A precedere la svolta diplomatica turca, un altro evento di rilevanza primaria: il Qatar ha annunciato la riapertura delle relazioni diplomatiche con l’Iran. L’invio di un ambasciatore a Teheran sottende altro e più importante, come dettaglia il comunicato ufficiale emanato da Doha: «Lo Stato del Qatar ha espresso la sua aspirazione a rafforzare le relazioni bilaterali con la Repubblica islamica d’Iran in tutti i campi».

Una svolta impensabile solo qualche mese fa, causata dalla crisi che a luglio ha contrapposto l’Arabia saudita (e i Paesi del Golfo) al Qatar. Doha è stata accusata dai suoi avversari di alimentare il terrorismo e invitata a soggiacere a un umiliante diktat, ovvero ad allinearsi ai desiderata di Ryad.

Al di là delle motivazioni ufficiali, l’iniziativa saudita era dettata dalla necessità di porre fine all’attivismo qatariota, non conforme ai suoi progetti geopolitici. Ma soprattutto di ricondurre la Fratellanza musulmana, che ha in Doha un punto di riferimento più che rilevante, sotto il giogo dell’islamismo wahabita, del quale Ryad è primo motore immobile.

Punto nevralgico della questione era, ed è, quello di ricompattare i Paesi dell’islam sunnita e porli sotto la tutela dell’Arabia Saudita. Un’iniziativa correlata alla creazione della cosiddetta Nato sunnita, il sogno del principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman.

Una prospettiva nella quale non c’è spazio per la Fratellanza musulmana, movimento islamico sunnita che ha grande influenza nel mondo arabo, ma autonomo da Ryad.

La crisi con il Qatar non poteva non coinvolgere anche la Turchia, stante che la Fratellanza è al potere ad Ankara grazie al presidente Erdogan, che deve al movimento la sua fortuna politica.

L’iniziativa del principe ereditario saudita si è rivelata quindi, a conti fatti, del tutto fallimentare: non solo ha allontanato Doha e Ankara da Ryad , ma ha consentito a Teheran di profittare della situazione.

L’Iran, che già ai tempi del colpo di Stato contro Erdogan aveva aiutato quest’ultimo a ribaltare la situazione (vedi Piccolenote), ha sostenuto il Qatar nel momento del bisogno, consentendogli di resistere alle pressioni di Ryad (da Teheran sono giunti i primi aiuti umanitari a Doha, che stretta nella morsa dell’embargo decretato dai Paesi del Golfo aveva penuria di scorte alimentari).

Teheran ha altresì aiutato Baghdad e Damasco a mettere alle strette le bande armate jihadiste dilagate nei rispettivi Paesi, stabilendo con questi legami più che solidi.

Il nuovo rapporto con Ankara e Doha ne accresce ancora di più l’influenza nella regione. Da qui il nervosismo degli ambiti internazionali che in questi decenni avevano immaginato di poter relegare Teheran ai margini della geopolitica mediorientale.

Ambiti che oggi lavorano per far saltare l’accordo sul nucleare concordato con l’amministrazione Obama. Un accordo difeso dal ministro degli Esteri della Ue, Federica Mogherini, che ha voluto pubblicamente rimarcarne l’importanza in una visita a Teheran agli inizi di agosto, e più di recente dal presidente francese Emmanuel Macron.

Sul punto la partita è aperta, stante che il presidente Trump ha una posizione ambigua: lo ha pubblicamente condannato, come pubblicamente lo avversano i generali che formano il nucleo forte della sua amministrazione.

Eppure, nonostante le avversità verbali, l’amministrazione Usa non ha denunciato l’accordo, ratificandolo in ben due occasioni (l’intesa prevede infatti una verifica periodica da parte dell’amministrazione americana).

Il punto è che gli Stati Uniti sanno bene che la denuncia del trattato incendierebbe il Medio oriente, portando al collasso una situazione più che complessa.

Ciò manderebbe in fumo l’accordo tacito e sottotraccia (che si dipana non senza tragiche ambiguità) che l’attuale amministrazione Usa sembra aver stabilito con la Russia in Medio oriente, le cui operazioni militari in Iraq e Siria si dispiegano in coordinato disposto con quelle iraniane senza trovare aperto contrasto nell’amministrazione americana.

Più che un accordo si tratta di un vago quanto reale appeasement, motivato pubblicamente dalla necessità di evitare un conflitto di  portata globale con Mosca, ma coltivato nel segreto come una tacita concretizzazione del proposito di Trump di stabilire un rapporto meno conflittuale con la Russia, punto fondamentale del suo programma (come peraltro ribadito ieri).

La dilatazione dell’influenza iraniana in Medio oriente sta suscitando non poco nervosismo presso gli ambiti neocon, che continuano a spingere per un maggiore impegno statunitense in Medio Oriente, e presso le autorità israeliane. Tanto che il 23 agosto Netanyahu è volato in Russia per incontrare Vladimir Putin, al quale ha rappresentato la sua preoccupazione.

Un incontro presumibilmente drammatico, dal momento che le proteste di Netanyahu hanno trovato scarsa eco nel suo interlocutore. La visita è stata analizzata in maniera intelligente da Marianna Belenkaya per il sito al Monitor, che riporta quanto scritto in proposito da Andrey Kolesnikov, sul giornale Kommersant.

Scrive Kolesnikov: «Anche se avesse voluto, l’aiuto che Putin poteva dare [al suo interlocutore] non poteva essere altro che psicoterapeutico, egli poteva solo ascoltare la sua controparte israeliana, ma non poteva certo limitare l’influenza iraniana nella regione. Tuttavia, [l’incontro] è risultato lusinghiero anche per Putin, dal momento che è stato consultato su questioni geopolitiche tanto gravi; da questo punto di vista, l’incontro è stato reciprocamente vantaggioso».

Netanyahu dunque non ha trovato le rassicurazioni che cercava, e il suo nervosismo è verosimilmente aumentato. Indicativa in tal senso l’esternazione di un «alto rappresentante del governo» israeliano, che in un’intervista al giornale panarabo Al-Jadida «ha avvertito che se l’Iran continuerà a espandere la sua presenza militare in Siria lo Stato ebraico è pronto a “bombardare il palazzo di Assad”» (sul punto vedi La Stampa del 28 agosto).

Più che a Damasco o Teheran, il monito suona come una sfida diretta a Mosca, che in passato ha chiarito che un attacco contro i suoi alleati siriani avrebbe innescato la reazione russa.

Ma ad oggi si tratta solo di schermaglie verbali. Che però indicano che la dilatazione dell’influenza iraniana in Medio Oriente può innescare nuovi e più devastanti conflitti.

Occorrerebbe un compromesso che rassicuri Israele senza ledere gli interessi iraniani, i quali hanno vinto la guerra che gli è stata scatenata contro (il regime-change siriano era solo il primo passo, l’obiettivo finale era Teheran). Una vittoria che Teheran vuole ovviamente capitalizzare.

Non solo l’influenza conquistata in Siria e Iraq, anche i nuovi legami con Ankara e Doha fanno dell’Iran non più un Paese, per quanto potente, marginale e isolato del Medio oriente, ma una potenza regionale a tutto tondo, che oggi può trattare da una posizione di forza.

Il fatto che Netanyahu sia volato a Mosca a cercare rassicurazioni indica chi potrebbe essere il promotore di questo compromesso, stante che la Russia può interloquire con certa autorevolezza sia con la Siria che con l’Iran (ma anche con l’Iraq, i cui legami con Teheran sono più forti che mai).

Ma è ancora troppo presto per ipotizzare scenari futuri. Il conflitto è ancora aperto. Il sanguinario Califfato non è stato ancora debellato del tutto, anche per il sostegno che continua a ricevere dai suoi sponsor internazionali, e restano da sciogliere due nodi cruciali del teatro di guerra siriano.

Damasco vuole riprendere il controllo di Deir Ezzor, assediata dall’Isis, città chiave per la tenuta dello Stato siriano. E occorre decidere il destino di Idlib, da tempo sotto la tutela, per interposte milizie, della Turchia.

La visita del generale Mohammad Hossein Bagheri ad Ankara potrebbe aiutare a sbrogliare quest’ultima matassa.

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