14 agosto

Il rebus libico e gli errori italiani

«Il maresciallo Khalīfa Haftar, che controlla gran parte della Libia orientale, è a Mosca da ieri. La Libia rappresenta sempre più un obiettivo per le crescenti ambizioni russe in Medio Oriente e Nord Africa. Ma il presidente Vladimir Putin non ha ancora deciso cosa fare e quale sia il suo obiettivo».

«La Russia è naturalmente incline a sostenere il generale Haftar. La sua intransigenza anti-islamista lo rende un soggetto affidabile alla lotta al terrorismo. L’appoggio al generale rafforza inoltre le relazioni tra la Russia e il suo principale sostenitore, l’Egitto».

«Allo stesso tempo, dopo aver dimostrato a tutti la sua potenza militare in Suria, giocare il ruolo dell’uomo di pace in Libia è importante per Putin, soprattutto per le elezioni presidenziali 2018, ma anche per apparire come “colui che aggiusta quello che l’Occidente rompe, come dice la sua propaganda”».

Riportiamo questi brani dell’articolo di Mattia Toaldo pubblicato sulla Repubblica del 13 agosto perché spiegano cose. L’accenno più importante è quello riguardante Haftar, ovvero che è l’unico che porta un serio contrasto alle forze terroriste. Ragione per la quale è sostenuto strenuamente dall’Egitto, che teme il dilagare del terrore ai suoi confini occidentali.

Tale determinazione dovrebbe essere il fondamento delle iniziative poste in essere dai Paesi occidentali in Libia. Invece l’Italia si è mossa in base a interessi diversi, ovvero la paura di restare esclusa dal petrolio libico.

Una paura pure legittima e fondata, dal momento che la Francia sembra intenzionata anche a fregarsi il petrolio libico, oltre che a stabilizzare l’area per proteggere i suoi interessi in Africa occidentale (sulla quale esercita certa influenza).

Ma opporsi in maniera stolida, come fa l’Italia, alle manovre avvolgenti che stanno rafforzando sempre più Haftar, è più che controproducente.

L’Italia aveva puntato tutto sul nuovo governo di Tripoli, quello “costruito” dall’Onu e riconosciuto a livello internazionale con a capo al Serraij. Oggi sembra abbarbicata a questo progetto, che prevedeva che l’Italia rimanesse principale punto di riferimento della Libia.

Ma il quadro è cambiato. Non solo perché Trump, a differenza di Obama, non ha il minimo interesse a sostenere la nostra azione in Libia. Ma perché la Francia ha un presidente che ha ripensato la politica estera transalpina, non più centrata, come per il predecessore, sulla Siria (dove peraltro ha perso essendo sfumato il cambio di regime a Damasco).

A meno di immaginare che l’Italia muova guerra alla Russia e alla Francia (abbiamo preso Mentone e Nizza!), occorre ricercare il dialogo con i nuovi attori della scena libica.

Non solo con tali potenze, ma anche con Haftar, che con “lungimiranza” abbiamo trattato finora come un nemico da eliminare dalla scena politica; e con l’Egitto, che con altrettanta “lungimiranza” abbiamo randellato per mesi per l’oscura vicenda Regeni (si era voluto tirar dentro anche il presidente al Sisi: come si vede, tutto è sfumato, tante le falsità propalate su quell’omicidio).

La diplomazia della prima repubblica avrebbe evitato gli errori del passato e sarebbe stata capace di intessere un dialogo con Mosca, Parigi e il Cairo (oltre che con Haftar). Ma la nostra diplomazia è morta con la fine della prima repubblica. I dilettanti allo sbaraglio che ne hanno preso il posto non sono all’altezza. Resta solo da sperare in un colpo di fortuna. Capitano anche nella geopolitica, che a volte conosce pieghe impreviste.

Putin punta a convocare a un nuovo vertice tra Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar, stavolta a Mosca. Proverà a sbrogliare il bandolo della matassa. Ed è più che probabile che terrà presente anche l’Italia, dal momento che, nonostante molti dei nostri media siano consegnati alla narrativa anti-russa, ha conservato buoni rapporti con il nostro Paese. Potrebbe riuscire a trovare la quadra laddove i nostri diplomatici e politici non hanno neanche tentato. Le pieghe impreviste della geopolitica, appunto.

Nella foto: Haftar a Mosca

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