11 agosto

Tensione a Gaza: segnali di guerra?

«Hamas reputa che il primo ministro Benjamin Netanyahu stia pianificando un’operazione militare a Gaza per deviare l’opinione pubblica dalle indagini penali che lo riguardano». Inizia così un articolo di Shlomi Eldar pubblicato l’11 agosto su al Monitor.

Il cronista israeliano commenta gli attacchi effettuati il 9 agosto dell’aviazione israeliana contro obbiettivi di Hamas e al campo profughi Shati (dove vive il leader politico del movimento islamico, Ismail Haniyeh), lanciata in risposta al lancio di un razzo da parte del gruppo armato palestinese.

E annota che i dirigenti del movimento palestinese spiegano tali operazioni militari «come un chiaro tentativo di attirare Hamas in un confronto».

La tensione tra le parti, scrive Eldar, in queste settimane ha «raggiunto vette non più raggiunte dopo il cessate il fuoco che ha posto fine all’Operazione “margine di protezione” condotta da Israele [contro Gaza] nel 2014».

A supporto di tale ipotesi, Eldar registra il riposizionamento dell’ala militare di Hamas lungo il confine israeliano. A tale proposito, riportando le dichiarazioni di un giornalista di Gaza, dettaglia che «l’ala militare di Hamas viene dispiegata [sul confine ndr.] solo in caso di emergenza».

Per Eldar la situazione ricorda quanto avvenne nel 2008, quando i vertici politico-militari di Hamas avevano intuito «che Israele stava progettando un’operazione militare per rafforzare la posizione politica di Ehud Barak. All’epoca Barak era ministro della difesa e presidente del partito laburista, e le elezioni generali erano previste per gli inizi del 2009 [febbraio ndr.]».

Il cronista ricorda che tale convinzione era stata trasmessa da Mahmoud al-Zahar a Ismail Hanyeh, entrambi capi di Hamas, e che, nell’occasione, ebbe un dialogo con il figlio di Haniyeh il quale gli aveva chiesto «in tutta serietà se il popolo israeliano sapeva che Barak stava trascinando l’esercito israeliano in guerra semplicemente per migliorare la sua posizione nei sondaggi prima delle elezioni».

«La mia risposta che nessun statista israeliano avrebbe mai dato vita a una guerra per motivi di politica interna fu accolta con sufficienza. Dal momento che le operazioni militari iniziarono una settimana dopo, si può facilmente spiegare perché oggi questa idea sia diffusa tra la leadership di Hamas».

Insomma, il movimento islamico è convinto che Netanyahu stia preparando una guerra a Gaza e sta prendendo le sue contromisure. Più che condivisibile l’annotazione finale di Eldar: «Anche se le preoccupazioni di Hamas riguardo un confronto militare non fossero fondate, sarebbe un errore ignorarle. Ciò perché le preoccupazioni stesse e le tensioni risultanti potrebbero portare a un conflitto».

Inseguito dalla inchieste giudiziarie, come abbiamo riportato in altro articolo su Piccolenote, la posizione di Netanyahu si è fatta precaria.

Mercoledì sera ha chiamato a raccolta i suoi sostenitori, accusando la sinistra «e i media al suo servizio» di attuare oscure manovre per farlo cadere.

Aggiungendo che si tratta di «una caccia alle streghe senza precedenti contro di me e la mia famiglia, al fine di mettere in atto un colpo di Stato».  Parole durissime, che denotano il livello dello scontro in atto nello Stato israeliano (sul punto abbiamo riportato quanto scritto da Isabel Kerchner sulla Repubblica dell’11 agosto)

Abbiamo ripreso l’articolo di Eldar perché istruttivo, non solo riguardo il passato di Israele, ma anche, in senso generale, per accennare che la narrazione che vede la sinistra progressista connaturata al pacifismo e la destra al bellicismo è alquanto semplicistica. E perché il suo allarme su un possibile nuovo conflitto a Gaza non è affatto infondato.

Peraltro un conflitto a Gaza potrebbe essere visto da taluni ambiti internazionali come un’opportunità per porre una variabile nuova in Medio oriente.

Come accennato in altro articolo, i neocon vedono con crescente irritazione il successo dall’accordo tra Putin e Trump che prevede la creazione di zone di de-escalation nel quadrante occidentale della Siria (vedi Piccolenote).

Un incendio a Gaza potrebbe innescare scosse telluriche in tutta la regione e, tra le altre conseguenze, potrebbe portare al collasso il fragile accordo in questione, facendo precipitare nuovamente la Siria nell’abisso della guerra.

Peraltro gli Stati Uniti non avrebbero possibilità di frenare l’eventuale conflitto. Come detto, tale guerra potrebbe incontrare il favore dei neocon, ma potrebbe avere anche l’avallo di Donald Trump (che i neocon pure avversano), dal momento che il tycoon deve parte del suo successo elettorale proprio all’appoggio di Netanyahu (la politica è cosa banale e al tempo stesso complessa…).

Situazione delicata, quindi, da seguire con attenzione. Anche se occorre tener presente che un eventuale conflitto appare frenato da una variabile che gli apparati di sicurezza israeliani devono pur considerare.

Seppur la vittoria di Tel Aviv sarebbe scontata ab initio data la sproporzione delle forze in campo, non è detto che il successo militare porti i frutti sperati. Anche una vittoria può incontrare incidenti di percorso imprevisti e controproducenti.

Tanti i fattori in gioco nel complesso rebus mediorientale. Che a volte favoriscono incendi, ma possono anche portare ad attutire pericolose tensioni. Come si è visto nel caso dei recenti incidenti riguardanti la Spianata delle moschee (vedi Piccolenote).

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