10 agosto

La Corea del Nord e la guerra siriana

Sale la tensione in estremo Oriente. Il giovane presidente della Corea del Nord Kim Jong-un minaccia di bombardare la base militare di Guam ad agosto. Il suo omologo americano Donald Trump, ben più navigato ma non per questo meno imprevedibile, minaccia di rispondere alle provocazioni con «fuoco e furia».

Insomma l’ipotesi di una guerra si fa meno aleatoria. Ma, a sorpresa, «anche i vecchi falchi della politica estera [americana ndr.] come il senatore repubblicano John McCain prendono le distanze dalle minacce bellicose del presidente. Prima critica: è sempre meglio non minacciare a vuoto, si rischia di fare la fine di Barack Obama» che non intervenne in Siria nonostante fosse stata violata la “linea rossa” da lui tracciata.

Inoltre, «qualora Trump creda di fare “guerriglia psicologica”, potrebbe aver sbagliato i calcoli. Se Kim è paranoico, può essere esaltato e aizzato ulteriormente dalla prospettiva di un attacco americano».

Questa la sintesi del McCain pensiero, che discetta ormai su ogni aspetto della politica estera americana e puntualmente viene ripreso dai media come fosse un punto di riferimento imprescindibile della politica internazionale.

A rilanciare il pensiero del falco statunitense è Federico Rampini sulla Repubblica, che riporta anche i dubbi del segretario di Stato americano Rex Tillerson e di altri esponenti politici americani.

Ma a quanto pare Trump ha accettato il guanto di sfida lanciato dal coreano. Sembrano passati secoli da quando Trump aveva detto che sarebbe stato «onorato» di incontrare Kim Jong-un.

Ma davvero la guerra tra i due litiganti è così prossima? Se tanti in America frenano non è certo per una qualche perplessità sull’esito di un possibile conflitto. Il problema è che nelle guerre non conta solo l’esito bellico, ma tanto altro.

La Corea del Nord non ha certo un apparato militare tale da impensierire gli Stati Uniti.

E però può provocare tantissimi danni nella vicina Corea del Sud, che in caso di conflitto non potrebbe restare neutrale. Tanti danni e tanti morti. Un’ecatombe. Che peraltro avrebbe ripercussioni economiche a livello globale, data l’importanza della Corea del Sud per l’economia del pianeta.

Insomma, l’opzione bellica comporterebbe tante di quelle conseguenze da renderla del tutto impraticabile. A meno di immaginare di incenerire il Paese avversario attraverso le armi atomiche, cosa altrettanto impraticabile. Le radiazioni hanno il difetto di propagarsi, quindi ne sarebbe investita anche la Corea del Sud, provocando danni di cui sopra.

Ma ne sarebbe investita anche la Cina, che quindi non può semplicemente permettere agli Stati Uniti di praticare tale opzione. La reazione di Pechino sarebbe inevitabile. Come il rischio di un conflitto globale.

Insomma, nonostante il crescendo di provocazioni, verbali e non, una guerra in Corea resta più che improbabile. I primi a frenare il comandante in capo degli Stati Uniti sarebbero i generali di cui si è attorniato e che gli sono indispensabili per restare al comando, i quali, proprio perché esperti in materia di guerra, gli impedirebbero di compiere passi che innescherebbero reazioni incontrollabili.

Resta enigmatica invece la posizione di McCain, che non è solo un navigato falco, ma un’esemplare incarnazione del dottor Stranamore. Negli anni, infatti, ha dimostrato di avere una concezione alquanto semplicistica della potenza militare degli Stati Uniti, che dovrebbe dispiegarsi senza se e senza ma. Anche a rischio di un conflitto globale.

La sua posizione sulla crisi coreana non va disgiunta da questa caratteristica di fondo che ne connota tutto il suo agire politico. La spiegazione della sua cautela riguardo tale crisi non va dunque cercata in un improvviso ripensamento pacifista.

Piuttosto la sua critica ha due obbiettivi. Il primo è quello di contraddire il presidente, del quale è avversario irriducibile, come d’altronde i neocon dei quali si fa portavoce. Un modo come un altro per metterne in discussione l’autorità e l’autorevolezza agli occhi dei suoi elettori, sui quali il presidente, nonostante le tante bizzarrie, ha ancora larga presa.

Il secondo e più importante motivo è che McCain (leggi neocon) è altamente infastidito dalla crisi coreana e soprattutto dall’atteggiamento del presidente rispetto a questa sfida. Infatti, da tempo Trump pare più che assorbito dal duello, verbale e non, con Kim Jong-un che da altro. Ne ha fatto il focus della sua politica estera.

Tale disposizione presidenziale vede appunto la netta contrarietà dei neocon, che vorrebbero che il focus della politica estera americana fosse altro, ovvero il contrasto alla Russia e all’influenza iraniana in Medio Oriente.

Ciò che li preoccupa maggiormente è quanto sta avvenendo in Siria, dove i loro progetti di un regime-change del governo di Damasco sono andati in fumo.

Anzi, tale progetto ha conosciuto uno scacco imprevisto e per loro inconcepibile: non solo Assad sta saldamente al suo posto, ma la Siria vede la presenza ingombrante delle milizie sciite legate all’Iran. Tanto che sembra prossimo il realizzarsi dell’asse sciita che va da Teheran a Beirut (sul punto vedi Piccolenote).

Uno scacco che rischia di aggravarsi. L’esercito di Damasco continua a guadagnare posizioni, liberando palmo a palmo il Paese dalla morsa dei jihadisti attivati per conseguire il regime-change. Le bande armate che avrebbero dovuto attuare tale disegno sono alle corde. E la liberazione di Deir Azzor da parte dell’esercito siriano e dei suoi alleati sciiti si fa sempre più concreta.

Da anni stretta d’assedio dalle milizie dell’Isis, tale città è diventata il nodo finale della guerra siriana: se Damasco la libera dalla stretta, la guerra siriana, o almeno questa fase cruciale del conflitto, potrà dirsi conclusa. I fautori del regime-change rimarrebbero insomma con le pive nel sacco.

A facilitare il compito dell’esercito siriano è la riuscita dell’accordo di Amburgo tra Putin e Trump. L’intesa che ha portato alla creazione di zone di de-escalation nel Sud Est della Siria sta infatti avendo successo.

Ad affermarlo nella maniera più autorevole è stato Brett McGurk, l’uomo del Dipartimento di Stato che ha il compito di guidare il contrasto all’Isis, il quale ha aggiunto che il successo di tale accordo può far sperare in un’intesa più globale riguardo la guerra siriana (sul punto vedi al Monitor).

La soluzione del conflitto siriano, che poi è l’epicentro della guerra mondiale tra Russia e Stati Uniti, è stata a lungo oggetto di trattative in sede internazionale, basti pensare ai molteplici convegni tenuti a Ginevra.

Quel che non è riuscito allora per via diplomatica sembra riuscire adesso tramite trattative diretta sul terreno tra Russia e Stati Uniti, come afferma ancora McGurk, il quale ha spiegato che il «nostro personale militare parla con i russi ogni giorno».

La riuscita della tregua nel Sud Est siriano suscita l’ira dei neocon, i quali denunciano la presenza di milizie sciite in questa zona, indicate come un pericolo per la sicurezza di Israele (era meglio l’Isis?).

Ma soprattutto temono appunto che tale modello si allarghi e si replichi in tutta la Siria. Ponendo fine all’opera di destabilizzazione che avevano iniziato in loco, progetto che aveva il fine di ridisegnare i confini del Madio Oriente secondo i propri desiderata.

Mentre monta la crisi coreana, insomma, la crisi siriana vede una svolta, tacita e sottotraccia, ma pur sempre una svolta. Che oltretutto si basa sulla collaborazione, anche qui tacita e sottotraccia, tra l’odiata Russia e gli Stati Uniti (nonostante sia ancora da definire il destino del confine siro-iracheno, sul quale la controversia tra le due potenze, e tra gli Stati Uniti e gli altri attori regionali del conflitto, è ancora alta, come dettagliato su Piccolenote).

L’evoluzione del quadro mediorientale sta insomma prendendo una piega diversa da quanto ideato a tavolino dai neocon. Che peraltro sanno bene che se gli Stati Uniti si imbarcassero in un confronto con la Corea del Nord non avrebbero possibilità di “tenere” in Medio Oriente. Nonostante la loro potenza, gli Usa non possono tenere aperti due fronti così complessi e con interazioni globali.

Insomma, più Trump abbaia in Asia, meno morde in Medio oriente. Non si può certo pensare che la crisi coreana sia finta, ché i missili di Kim-un purtroppo sono veri e i rischi di un conflitto innescato da un imprevisto son altrettanto reali.

Ma per una strana eterogenesi dei fini, che va comunque registrata, tale crisi sta avendo effetti positivi su quella mediorientale. Da qui la malcelata rabbia di McCain e dei suoi nefasti sodali.

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